“La sua specialità”

Succede: siamo convinti di avere un ranista in casa, uno che con le cosce può spezzarci le noci, uno che gli manca solo di iniziare a mangiare falene dopodiché la trasformazione in anfibio sarà ultimata e invece oggi l’allenatore che fa? Ce lo fa gareggiare a dorso.

Succede. Ma ci turba. E non sarebbe diverso se la sua specialità fosse proprio dorso o stile libero o farfalla, perché tutti gli stili hanno dei vantaggi ma un angoscioso destino che li accomuna: nostro figlio che non viene iscritto alla gara preferita.

Il grosso vantaggio di avere un figlio farfallista è che ora ci pensa lui a spiegare a tutti la differenza col delfino

Spesso non si fa nemmeno in tempo a completare il preagonismo che ci si para davanti l’annoso problema degli stili, la meravigliosa variabilità del nuoto che diventa il cruccio di atleti e genitori.

Due vasche, mezza dozzina di distanze e quattro stili diversi, ognuno con le proprie caratteristiche che fanno lavorare parti del corpo e metabolismi energetici differenti. Una variabilità interessante che rappresenta implicitamente il motivo per cui iscriviamo i nostri figli a nuoto, sostenendo sia uno “sport completo”.

Eppure una volta divenuto agonista ci troviamo inevitabilmente a desiderare che il nostro atleta gareggi sempre nella sua specialità preferita e a pronunciare con un minimo di orgoglio frasi quali “mio figlio è un ranista” o “è un farfallista”, come se così facendo dipingessimo una figura natatoria più nobile, sebbene la nostra preferita resta sempre quella che a casa si vuota il borsone da sola.

Stessa considerazione si potrebbe fare con la suddivisione tra velocisti e fondisti o tra vasca lunga e corta. Tanta fatica per avere un marmocchio che vola sui 50 e poi lo troviamo iscritto al 400, con la serpeggiante preoccupazione che affoghi a metà gara.

Solitamente sono gli stessi ragazzi a introdurre questo concetto in casa quando iniziano a sentirsi in comfort zone con uno stile piuttosto che con un altro e magari sono proprio loro a dirci quanto li scontenta uscirne. Ma come fa la loro comfort zone a diventare la nostra? Tralasciando il sempre dannoso e già affrontato desiderio del “risultato subito”, rimane l’empatia: quel naturale legame a doppio filo che non ci permette di fare spallucce quando ci presentano i loro problemi.

Per un genitore diventa molto facile cadere nella tentazione di sostenere il loro malessere approvandolo, maledicendo questo o quello perché far uscire nostro figlio dalla sua comfort zone è meschino, forse folle, sicuramente fallimentare.

Un appoggio che produrrà sempre un risultato: nostro figlio avrà ancora più timore di cimentarsi, le sue emozioni negative diventeranno più convinte e oppositive rispetto alla novità e, quel che è peggio, si approfitterà di questo disagio per non svuotare il borsone nemmeno oggi (sono diabolici in questo, non fidatevi mai).

Ammettiamolo: stiamo malcelando il rodimento per un weekend di gare apparentemente infruttuose, probabilmente senza emozioni positive, senza sorrisi a trentadue denti, coi ragazzi che vanno a gareggiare preoccupati anziché con la voglia di spaccare il mondo.

Questo rosicare ci sta, accettiamolo, ma sbaglio o una volta dicevamo che il nuoto è uno sport completo? E allora che lo sia non solo sul piano fisico cimentandosi in tutti gli stili, ma anche sul piano emozionale provando tutte le emozioni, e su quello formativo affrontando le proprie insicurezze. Una crescita garantita su più dimensioni non più solo fisiche.

Dopotutto chissà, magari malgrado le paure all’improvviso ci dimostrerà che da dorsista sta davvero iniziando a diventare farfallista, o che da piccolo sta davvero iniziando a diventare grande.

Ph. ©A.Staccioli/Deepbluemedia

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