Dawn Fraser e la bandiera

L’ ingarbugliata storia della bandiera di Tokyo, andò così.

staffetta

Dopo il trionfo dei cento Dawn Fraser aveva ancora la staffetta. Così non poteva festeggiare. Essendo la staffetta una bagarre tra Australia e Stati Uniti, tutti ci tenevano. Da due olimpiadi le squadre erano testa a testa. Gli Usa questa volta aprivano con la Stouder che nuotò 1’01,2, niente di che per i parametri di Dawn, ma eccezionale rispetto alla Thorn, che fece 1’03,8. Al secondo stacco le americane avevano Donna de Varona, la giovanissima padrona dei misti che faceva bene anche a stile. Nuotò 60,9, mentre la Murphy 1’02.9. Poi c’era Lylian Watson, che allungò un altro 60, mentre Lynette Bell strappò “solo” un 1’01,6. Così quando partì Dawn il divario tra le sfidanti era immenso. Dawn però non sembrava farci caso. Cominciò a rimontare, mentre il pubblico ululava sperando nel miracolo. Alla fine toccò in 58,6, la frazione più forte della storia. Ma l’America, aveva il record del mondo (4’03,8) e l’Australia era lontana tre secondi.

documentario

Ora, però, Dawn era libera. Un certo Lee Robinson faceva un documentario su di lei, così ebbe il permesso di lasciare il villaggio e unirsi ai cineasti che alloggiavano all’Imperial Palace, un hotel di lusso a mezzo miglio dal Palazzo dell’Imperatore. In albergo c’era anche la squadra di hockey dell’Australia che aveva vinto il bronzo proprio l’ultimo giorno. Così, Dawn, si trovò coinvolta nei loro festeggiamenti un po’ caciaroni (birra, musica, chiacchiere, probabilmente niente di proibito) che durarono fino al mattino. Fu così che in piena notta al dottor Howard Toyne, il medico della squadra, venne in mente la genialata: prendersi come ricordo le bandiere olimpiche che sventolavano attorno al Palazzo. Lo disse a Dawn, che non seppe sottrarsi. Li seguì Des Piper, uno dei giocatori, che aveva sentito e voleva starci.

caccia alla bandiera

La cosa era semplice. Le bandiere erano ovunque. Ne avrebbero prese una a testa. Uno sulle spalle dell’altro e il gioco era fatto. Des era il più piccolo, quindi toccava a lui la cima della piramide. Al terzo trofeo arrivarono i fischi della polizia. Frase raccolse la sua bandiera, la ripiegò e la mise sotto la tuta. Haward e Des invece scapparono. Dawn si nascose in un cespuglio aspettando il momento buono. Quando arrivò, uscì dal nascondiglio, ma finì dentro un laghetto maleodorante e gelido, in cui restò a mollo per un pezzo. In giro c’era ancora gente che sbraitava. Finito ogni rumore uscì fuori, con una caviglia malconcia per un salto fatto da un muro andato male. Ferma e dolorante pensava al da farsi quando la mano di un poliziotto gli afferrò la spalla.

polizia

Non capendo una parola cominciò col negare ogni cosa. Poi un lembo della bandiera che usciva dalla giacca colpì l’attenzione del poliziotto. Quando arrivarono in centrale erano le tre del mattino. Dawn era sola e spaventata. Un uomo di mezza età si presentò come il sovrintendente Kamira. Non ci volle molto a capire che era un gran brav’uomo. Inizialmente stentava a crederle, poi si lasciò convincere, soprattutto quando dal villaggio olimpico gli portarono il passaporto e le medaglie.

scuse

Dawn, mortificata,  scrisse la doverosa nota di scuse, in cui diceva d’essere dispiaciuta per tutto. Diceva anche di aver pensato alla bandiera come un ricordo da portare in Australia. Finì col sovrintendente che, ritirata la refurtiva, si faceva fotografare con lei e la medaglia al collo. Il giorno dopo, mentre parlavano del fatto, quel poliziotto si presentò in albergo insieme a quattro dei suoi. Aveva una scatola piena di fiori con dentro la famosa bandiera ripiegata.  Un omaggio e un monito implicito che diceva quanto le cose sia meglio chiederle che rubarle. La cosa sembrò finita. I Giochi si conclusero in modo spettacolare. Dawn portò anche la bandiera del suo paese nella sfilata conclusiva delle squadre. A casa le fecero feste di tutti i tipi. L’aspettavano anche il suo matrimonio e la luna di miele.

epilogo

La beffa arrivò a febbraio del 1965 con una lettera recapitata a casa del custode della piscina di Leichhardt, dove Dawn aveva lavorato, ma mai abitato. Parlava per lei di una squalifica di 10 anni. La lettera veniva da Bill Phillips, il segretario dell’Amateur Swimming Union, la federazione australiana. Aveva preso per vere tutte le dicerie dei giornali, senza che lei potesse dire niente. Probabilmente era una vendetta contro chi non gli era mai piaciuto e sopportato solo perché forte. Per Dawn non ci sarebbe stata una quarta olimpiade. Quel foglio diceva che la carriera della nuotatrice più forte del mondo era finita.

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