La più grande delle imprese: correva l’anno 1875

1875. Arrivo a Calais del capitano Webb.

L’impresa delle imprese

Nell’800, attraversare il canale della Manica a nuoto, era considerata l’impresa delle imprese. L’idea, come  accadeva spesso all’epoca per le questioni sportive, era nata dai giornali. Era stato il  “Daily Sketch”,  un quotidiano di Londra, a ricordare la fuga rocambolesca di Giovanni Maria Salati, il prigioniero di Waterloo fuggito a nuoto e a promettere mille sterline a chi fosse riuscito a ripetere quel gesto. La somma era davvero allettante. Una mezza fortuna.

Giovanni Maria Salati

Giovanni Maria Salati, Jean-Marie Saletti per i francesi, era italianissimo. Figlio di Domenico Salati e di Anna Maria Polino, era nato infatti a Malesca, in Val Vigezzo, in Piemonte. L’atto di nascita diceva: 26 marzo 1796. A sedici anni, l’allora giovanotto, s’era arruolato nell’Armata Italiana di Napoleone. Vicende alterne lo avevano portato prima sulla Belle Poule, la fregata che aveva riportato l’imperatore in Francia da sant’Elena, poi a Waterloo. Nella famosa battaglia era stato ferito gravemente e fatto prigioniero. Gli inglesi l’avevano poi internato in una prigione galleggiante a Dover, da dove era fuggito il 16 agosto del 1817, attraversando il canale della Manica e approdando sulle coste di Calais.

Nell’aria

Come succede a tutte le imprese memorabili, quando avvengono è perché sono già nell’aria. Il capitano Webb, l’autore della traversata, decise di provare dopo aver letto del tentativo fallito di un noto nuotatore professionista del tempo, J.B. Johnson. Fu informato da un giornale, mentre si trovava al comando del piroscafo Emerald. Era il 1873.

affari

Imprese sportive e affari all’epoca andavano a braccetto. Fu l’idea di un buon guadagno che mosse il nostro eroe, naturalmente unita alla vanità di ottenere la giusta fama. Così si rivolse a Robert Watson, un giornalista, cultore del nuoto e organizzatore di eventi sportivi, l’uomo che poteva aiutarlo a colpire nel segno. Watson dirigeva la rivista The Sporting Record e conosceva bene Frederick Beckwith, il patron dei galà londinesi, con cui faceva affari da sempre. A lui affidò la preparazione del capitano. Beckwith gli mise a disposizione Lambeth Bath, la sua piscina, dove iniziò subito gli allenamenti. Ma il sodalizio durò poco, per incompatibilità tra i due e per l’impressione che Beckwith la prendesse comoda. Così Matthew Webb scelse un nuovo protettore, A.G. Payne, che decise di stringere i tempi, cominciando da subito a farlo allenare nel Canale. Lui avrebbe pensato a pubblicità e scommesse.

Matthew Webb

Matthew Webb non era un nuotatore di professione. Nuotava solo come passatempo. I suoi amici “non lo tenevamo in gran conto come nuotatore, ma ammiravamo le sue doti di resistenza”. Erano invece stupiti che potesse “nuotare per un’ora intera senza mettere piede sulla terra, anche se, nelle gare, si piazzava sempre tra gli ultimi”.

primo tentativo

Un primo tentativo, il 12 agosto 1875, fallì a causa del vento e delle condizioni del mare.

24 agosto 1875

Il secondo tentativo, invece, andò a buon fine, ma non fu per niente facile. Il 24 agosto 1875, con un costume di seta rosso e il corpo completamente ricoperto di grasso di balena, Matthew Webb si buttò dal molo dell’Ammiragliato di Dover. Dietro di lui una piccola nave e due scialuppe. Per ore nuotò tranquillo, a ritmo di 22 bracciate al minuto. Le correnti, però, allungavano continuamente il percorso. Nuotava la rana, nel perfetto stile di Eton, bracciata lenta e testa fuori. Quando si sentiva stanco si fermava sul dorso. Per riprendersi trangugiava un “cordialino”.

pioggia

Superato un terzo del tragitto, cominciò una pioggia fastidiosa, che inizialmente non sembrava pericolosa. Pian piano, però, quell’acqua divenne un tormento. Fino a mezzanotte, tutto sommato, le cose  filarono. Poi cominciò il malessere, aggravato dalla crescita del mare e del vento. Fu allora che arrivò anche la paura. L’ultimo miglio durò tre ore e fu un calvario. Le condizioni del capitano a questo punto erano disastrose. Senza forze e senza respiro, con l’angoscia a togliere l’ultimo fiato. A duecento metri dalla riva stava così male che i presenti proposero di aiutarlo. Naturalmente, si rifiutò di accettare. Finalmente i rematori gli fecero vedere i remi dritti che toccavano il fondo. Quella vista gli diede la forza di fare l’ultimo tratto. Erano le dieci e quaranta del 25 agosto quando posò i piedi sulla spiaggia di capo Griz Netz, a Calais. Completamente sfinito.

quaranta miglia

Webb aveva nuotato quaranta miglia. Ventuno ore e quaranta minuti di bracciate quasi ininterrotte. Qualche ristoro e parecchie dosi di brandy lo avevano sostenuto. Per una settimana non riuscì a infilarsi la camicia tanto il collo era infiammato. Lo sfregamento tra carne e sale e lo sforzo di tenere la testa fuori lo avevano logorato.

trionfo

In patria fu accolto da eroe. Nella sua casa d’origine, nello Shropshire, fu eretto un arco di trionfo. Al suo passaggio la gente accese lanterne e fuochi e la sua foto fu esposta dappertutto. Il deputato Horne propose addirittura di farlo baronetto. A Londra, fu creato un fondo a suo nome di 1.400 sterline. Una cifra pazzesca. Tutti lo volevano. Anche i medici chiedevano di studiarlo. Volevano  capire da dove venisse il suo potere “sovrumano” di resistere.

eroe non per caso

La sua impresa fu un enorme successo borghese. Webb incarnava infatti “l’uomo delle isole” che conquista il mondo con le sue forze morali e fisiche. L’idea era intrinseca allo sforzo coloniale britannico e piaceva molto sia a Gladstone che a Disraeli. Per questo fu preso a modello dalla società britannica, che stentava a mettere insieme le sue componenti e che aveva bisogno di unione. La sua impresa fu anche una grande pubblicità per il nuoto. Il New York Times scrisse che “In ogni villaggio stagni e corsi d’acqua sono gremiti di fedeli al culto di Webb, perfino lungo le sponde del fiume, incuranti della terribile polizia del Tamigi”.

curiosa fine

La fama spinse Webb al professionismo. Eppure dopo otto anni la sua notorietà si era quasi estinta, come pure i suoi soldi. Per questo decise di affrontare un’altra impresa degna della sua fama. Ma  il tempo delle grandi sfide era passato, e non era più quello di una volta. In ogni caso si prefisse di attraversare a nuoto le rapide delle cascate del Niagara e lo fece. Questa volta, però, il tentativo lo uccise. Il più famoso nuotatore del secolo sarebbe morto annegato nelle acque vorticose più famose d’America. Era il 24 luglio del 1883. Un giorno triste per un epilogo ancora più triste.

 

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