Cesare Butini: Verso Parigi 2024, passando per Otopeni.

Ogni gara ha degli obiettivi ben precisi. Spesso non sono facilmente leggibili, ma frequentemente l’atleta viene giudicato per le sue prestazioni senza sapere cosa c’è dietro.

Il medagliere non sempre è il termometro corretto con cui andare a misurare lo stato di forma di una squadra, il focus dovrebbe essere molto più ampio e contestualizzato.

Abbiamo condiviso questa riflessione con il Direttore Tecnico delle Squadre Nazionali Cesare Butini, e gli abbiamo chiesto in che modo gli Europei in corta di Otopeni dovrebbero essere visti, osservandoli non tanto come gara in sé, ma inseriti in un percorso che culminerà a Parigi 2024.

Confrontandoti con la commissione tecnica, hai selezionato dei giovani atleti per comporre la Squadra che presenzierà agli Europei in corta a Otopeni: Sofia Morini, Chiara Tarantino, Giulia D’Innocenzo, Anita Bottazzo, Jasmine Nocentini, Sara Curtis, Christian Ferraro, Michele Busa e Giovanni Izzo. Tanti giovani che hanno già iniziato a far parlare di sé. Qual è l’obiettivo di questa selezione e cosa vuoi monitorare, in qualità di Direttore Tecnico?

Nelle analisi e nelle riflessioni che faccio quando si va a comporre una squadra in vista di un appuntamento importante guardo sempre al miglioramento, sia per l’atleta sia per il gruppo. In una stagione così densa e così complicata la priorità è data all’Olimpiade: i criteri di selezione che abbiamo posto in essere hanno quello come obiettivo. Le tappe di selezione sono degli appuntamenti intermedi che hanno comunque come focus finale i Giochi Olimpici. Non dobbiamo dimenticare che la manifestazione a cinque cerchi è anche la conclusione di un quadriennio (quest’anno è triennio), pertanto bisogna tenere in considerazione la crescita di quegli atleti che dovrebbero diventare i protagonisti del quadriennio successivo. Diventa quindi evidente e marcata l’importanza che atleti più maturi e atleti più giovani comincino a “dialogare” tra loro, per essere traino e motivazione l’uno per l’altro.

Di recente abbiamo visto il trionfo dell’Italia del Tennis nella Coppa Devis: è stato l’esempio perfetto di come uno sport individuale abbia fatto emergere la forza del gruppo. È ciò che abbiamo sempre cercato di fare, e ci siamo riusciti, nel nuoto. Uno sport individuale in cui la squadra fa la differenza, è il valore aggiunto per ognuno; far conciliare le individualità con il gruppo, perché le une hanno bisogno dell’altro e viceversa. Il compito di noi dirigenti e tecnici è quello di scovare questa alchimia, farla emergere e non perderla.

L’inserimento dei giovani nell’Europeo di vasca corta a Otopeni ha questo obiettivo: alcuni di loro si sono selezionati in un certo senso “da soli” grazie ai meriti sportivi che gli vanno riconosciuti. Altri sono stati selezionati perché, oltre ad aver avuto risultati importanti, hanno anche l’entusiasmo che è ingrediente fondamentale per una squadra di successo. Cito un nome per tutti: Giovanni Izzo possiamo considerarlo non propriamente giovanissimo. Però ha fatto un percorso di crescita personale molto importante, scegliendo di andare a studiare negli Stati Uniti e di continuare ad allenarsi con grandi obiettivi. Si è rivelato la chiave del grande successo delle scorse Universiadi, grazie al suo talento in acqua, ma anche grazie alla sua capacità di trasmettere entusiasmo e di rendere questa energia positiva quasi contagiosa per tutto il gruppo. Figure così sono elementi importanti in una squadra.

Questo progetto, di coniugare le individualità con il gruppo, è partito molto tempo fa, grazie anche a Roberto Del Bianco, ed è frutto di un lungo lavoro che entrambi abbiamo supervisionato con attenzione e pazienza.

Quando un atleta è ad alti livelli da molto tempo, non è facile trovare ogni volta gli stimoli e le motivazioni. C’è il rischio di avere un approccio piatto. I giovani, grazie al fatto che hanno meno esperienza in certi ambiti, portano quella leggerezza e quell’entusiasmo che, quando si gareggia ad alti livelli da troppo tempo, si rischia di perdere.

Qualcuno potrebbe dire che sono considerazioni poco tecniche, ma noi abbiamo a che fare con persone e non con macchine, non possiamo non tenere in considerazione la parte emotiva, la parte motivazionale che caratterizza ognuno. Anche questo è parte del nostro lavoro. Sicuramente dobbiamo farli migliorare tecnicamente, ma soprattutto non dobbiamo far spegnere quel fuoco che li anima e che li porta a fare chilometri e chilometri di allenamento per preparare una gara. Quando si nuota, lo si fa con il corpo, con la testa e con il cuore. Altrimenti saremmo macchine. 

Qual è il focus di questo Europeo, in vista di Parigi 2024? Sia da un punto di vista di giovani che di Big.

L’Italia ha scelto di partecipare a questo Europeo di corta. Potrebbe sembrare strano perché la vasca non sarà quella olimpica, perché c’è un altro Europeo in vista, anche se non sappiamo ancora dove e quando. Ma, proprio perché stiamo percorrendo la strada verso Parigi 2024, ogni appuntamento internazionale ha la sua valenza. 

Anzitutto gareggiare in un contesto Europeo ti consente di misurarti con atleti di alto livello che non incontri abitualmente in quelli che sono gli appuntamenti nazionali. E per i giovani è tutta esperienza che li fa maturare da un punto di vista della gestione delle tensioni emotive. I ritmi di gara sono più serrati, si concentrano molte gare in poco tempo. Se è vero che la vasca corta è uno sport diverso dalla lunga, è anche vero che la corta è fondamentale per gli stimoli alla velocità. Siamo in una fase della stagione dove è tutto ancora un work in progress: misurarsi in corta ci consente di osservare tutte quelle componenti di gara che in lunga potrebbero sfuggire un pò. Inoltre alcuni atleti sono inclini alla vasca corta e partecipare a questa manifestazione consente loro di cercare delle soddisfazioni che moralmente fanno la differenza.

Torniamo ancora al discorso dell’individualità e del gruppo. Analizziamo le criticità di ogni singolo atleta, volgiamo sempre al miglioramento, perché la strada ha come obiettivo la crescita, sempre. Ma i buoni risultati di ognuno si traducono poi in entusiasmo che travolge la squadra. E i ragazzi hanno bisogno anche di questo. Sono iniezioni di fiducia che valgono molto di più di tante parole.

Inoltre, l’ho dichiarato anche in altre occasioni, ho l’ambizione di portare a Parigi tutte e sette le staffette. L’Europeo di Otopeni è un primo step per andare a centrare questo obiettivo, per poter fare valutazioni oggettive.

Per molti il medagliere di una manifestazione è il termometro della buona o non buona condizione della squadra. Ma in realtà non è così. Una gara potrebbe non avere come obiettivo il podio, bensì un altro tipo di riscontro, soprattutto nell’anno olimpico. Con che occhi e con che modalità va guardato questo Europeo?

È innegabile che le medaglie facciano sempre piacere. È altrettanto vero però che vanno contestualizzate. Abbiamo una squadra che sicuramente ci ha abituati ad avere grandi soddisfazioni; chi guarda la gara vorrebbe sempre vedere quel passetto in più, il miglioramento continuo. Ma bisogna anche essere realisti: Thomas Ceccon per migliorarsi nei 100 dorso dovrebbe rifare un nuovo record del mondo. Nicolò Martinenghi dovrebbe nuotare al di sotto di un tempo che gli è valso una medaglia olimpica. E questo solo per citare due esempi. La mancata medaglia o il mancato record non sono da vedere come controprestazioni. Bisogna osservare la gara, il suo svolgimento, la gestione che l’atleta ha avuto della distanza, i margini sui quali andare a raschiare ancora. Si potrebbe vedere anche atleti che si cimentano in gare che non sono propriamente le loro: un duecentista che prova i cento, per esempio, o viceversa. Non lo fa per la medaglia: è un test per valutare i suoi passaggi, la sua reattività in condizioni di stress. E da lì continuare con il lavoro in vista dell’obiettivo finale: l’Olimpiade.

Non tutti gli atleti di questo Europeo potrebbero avere come obiettivo i Giochi Olimpici. Per qualcuno si, i Big sicuramente hanno bisogno di testare la loro preparazione che culminerà a Parigi. Per qualcuno è un percorso di transizione da un contesto giovanile a un contesto assoluto. Serve gradualità, sempre. Gli atleti più giovani hanno bisogno di acquisire consapevolezza delle proprie capacità, di capire quelli che sono i loro margini di miglioramento. Hanno bisogno di esprimersi, ma vanno accompagnati.

 

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