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1918. Simposio punto due: “the position”
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Un Simposio per l’american Crawl
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1911: Uno strano Campionato Europeo a Roma
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1910: un campionato nazionale sui 200 misti
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1909: Uno strano Campionato del mondo sulla Senna
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Arriva il “Duca” e salva l’american crawl
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1908: una federazione mondiale per gli Amateur
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Daniels e il “Six Beat American Crawl”
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1907: anche in Spagna un campionato di nuoto.
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La tristezza degli Enhanced Games
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Gus Sundstrom e lo Swordfish Glide
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1906: una federazione anche per la Svizzera
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Frank Sullivan e il “Trudgen Crawl” alla Chicago.
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1905: un ungherese a Londra
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"Da dove viene la forza per arrivare in fondo alla gara ? é una domanda che si deve fare chi fa sport e ci vuole stare dentro con tutto se stesso. Siamo tentati di rispondere " dal glicogeno" o dall'"allenamento", ma non è una risposta all'altezza del quesito. Bisogna fare di più per rendere ragione di tutto quello che sta dentro a una questione come questa, anche se facciamo sempre più fatica a rilevare la cosa, quasi non fosse un problema, coi nostri paraocchi da post modernisti. E' la domanda che fa Eric Liddel a quelli che sono accorsi a vederlo. La scena è un punto chiave di " Momenti di Gloria". Il famoso film di Hugh Hudson del 1981.
La risposta di Liddel è " aver fede ". Lui parlava della gara, la sua di quel momento, ma parlava anche della vita, di cui la gara era evidentemente una metafora. Aveva detto ai suoi, che erano anche fedeli, perché era atleta, ma anche pastore anglicano: " disputare una gara è arduo, richiede concentrazione e volontà, e forza di spirito ". Come il vivere, sottintendeva. Quindi " ... dovete fare di più di assistere alla corsa, dovete parteciparvi" ( Vivere pienamente, è come gareggiare fino in fondo ).
E' evidente che si gareggia per gioire. " Voi gioite quando il primo taglia il traguardo", diceva Liddel: "Ma quanto dura l’esultanza? Questo è il primo problema: la tenuta. "Tornate a casa, magari l’arrosto è bruciato, o non avete lavoro" e finisce tutto . E allora? La risposta di Liddel è sconcertante per noi che non crediamo quasi in niente. La forza viene da dentro se si cerca il regno di dio. " Gesù disse: ecco il regno di Dio è dentro di voi! Se con tutto il cuore in verità mi cercate, voi mi trovate sempre". Affidarsi all’amore di Cristo, è il modo di correre fino in fondo la corsa.
Il regno di Dio, nel linguaggio religioso è la vita piena, come dovrebbe essere. Ci è donata se la cerchiamo. Anche lo sport è un modo per trovarla. E' questa la tesi di Liddel che la esprime nella sua avventura olimpica raccontata dal film. Ma cosa spinge un ragazzo di oggi a mettere tutte le sue forze per allenarsi e sostenere la sua corsa? (e anche la sua vita?). Noi chiediamo ai nostri atleti di mettere tutte le forze in questo scopo. Lo facciamo, però, senza una risposta chiara che dia ragione della forza di cui ha bisogno. Chiediamo dedizione, ma non sappiamo davvero in cosa. Chiediamo fede, "fidati", senza definire e senza preparare quello che potrebbe essere l'esito finale. Sembrerebbe che l'unica fede che chiediamo è quella in noi allenatori (adulti).
Se guardiamo le cose come sono, potremmo dire che la forza di un atleta e la fede che chiediamo si basano su un idea senza fondamento. E' l'idea di dover essere migliore degli altri, di dover fare cose che gli altri non hanno mai fatto, di cercare consistenza e considerazione in questa superiorità. Una vanità, direbbe il linguaggio in disuso di Eric Liddel. Uno sguardo più disilluso potrebbe dire che sono così tutte le azioni degli uomini. Un maestro del novecento, anche se discusso, come Nietzsche (cito a memoria) dice: " se guardiamo le azioni degli uomini non sbagliamo molto se diciamo che le azioni grandi le fanno per vanità, quelle normali per abitudine, quelle atroci per paura ".
Cercare d'essere migliori degli altri non regge. Può essere che si realizzi in un ambito ristretto, per un certo tempo, in una particolare condizione, ma poi necessariamente è una spinta che decade, oppure ci fa ammalare (ci si crede e si finge, diventando patetici). Anche il campione olimpico ad un certo punto non lo è più. Anche di lui, dopo un po', nessuno si ricorda. La prova della realtà, se non vogliamo essere ciechi, dice che non siamo i migliori. Che tanti sono meglio di noi. Dice anche che quando non siamo più i migliori, gli altri, quelli che seguono la loro illusione di essere i migliori attraverso di noi, ci mollano. Eppure abbiamo bisogno di questa spinta per metterci in azione. Sembrerebbe fondamentale per vivere.
Io " Non ho nessuna formula per arrivare in fondo alla corsa". "Ognuno la corre a modo suo". Sento però l'esigenza di indagare e di cercare una coerenza maggiore con la verità che ci può essere. Sento anche la necessità di non lasciare nessuno nel vuoto degli esiti della verifica della realtà e di rendermi compagno fino in fondo al percorso degli altri che mi sono dati. Può darsi che anche tutto questo non sia che una semplice illusione. Vanità di vanità, come dice Qoelet.
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