Manifesto per una nuova cultura dell’acqua

Pubblicato su AQA, per una nuova cultura acquatica  – luglio-dicembre 2015.

Perché esiste la scuola nuoto? La domanda è meno oziosa di quanto possa sembrare. I tecnici di qualsiasi altra disciplina sportiva sono, al di là della denominazione, degli allenatori: affinano le capacità motorie dei propri allievi, per trasformarle in abilità sport-specifiche. Solo negli sport d’acqua esiste la figura dell’istruttore, inteso come tecnico che, prima di concentrarsi sulle abilità, deve aiutare gli allievi a sviluppare delle capacità motorie basilari. La ragione sta nel fatto che l’essere umano non è minimamente adatto a muoversi in acqua: checché ne dica qualche guru da rotocalco, la nostra storia evolutiva ci ha plasmati come cacciatori-raccoglitori, costruiti per camminare di buon passo, correre, afferrare utensili, scagliare armi.

La prova? Si tratta di competenze che corrispondono esattamente ai nostri schemi motori di base, le unità fondamentali della motricità umana, che qualsiasi bambino sviluppa spontaneamente in momenti prestabiliti della crescita, salvo importanti handicap psico- fisici o gravi privazioni sensoriali. In acqua manca questa fase di maturazione, il che significa che qualsiasi capacità motoria acquatica deve essere appresa: questa considerazione è alla base di tutto il lavoro dell’istruttore di nuoto, che si pone quindi come un educatore a tutto tondo e come tale deve essere valorizzato e responsabilizzato.

Il primo passo è rendere il principiante consapevole di come il suo corpo si muove in acqua o,meglio, fargli comprendere come l’acqua reagisce ai movimenti del suo corpo. Questo obiettivo può essere raggiunto sviluppando al massimo le sue facoltà sensopercettive, che possono essere definite come l’insieme del rapporto sensoriale e neurologico che il soggetto instaura con il proprio corpo e con il mondo esterno (sensazione) e la relativa presa di coscienza psichica (percezione). In particolare, sviluppare al massimo la capacità di fare dell’acqua un appoggio per ogni punto del suo corpo e di applicare la forza propulsiva nei punti dove l’acqua è meno turbolenta.

L’acqua è infatti un mezzo con peculiarità molto specifiche:
– una densità circa ottocento volte superiore a quella dell’aria, con una resistenza che aumenta con il quadrato della velocità (raddoppiando la velocità quadruplica la resistenza);

– la spinta idrostatica (principio di Archimede: un corpo immerso totalmente o parzialmente in un fluido riceve una spinta verticale dal basso verso l’alto, detta forza di galleggiamento, di intensità pari al peso di una massa di fluido di forma e volume uguale a quella della parte immersa del corpo).

Questi due concetti rappresentano l’intero bagaglio teorico necessario a un aspirante istruttore. Da essi si traggono infatti le caratteristiche essenziali che devono informare il movimento del nuotatore:

  • rilassamento: un muscolo rilassato galleggia meglio;
  • postura: è indispensabile assumere una posizione il più possibile idrodinamica (streamline);
  • continuità dei movimenti: discontinuità nella propulsione portano a un immediato rallentamento;
  • movimenti in accelerazione: per sfruttare al meglio la portanza (forza che permette l’avanzamento).

Per potersi concentrare su questi elementi, è necessaria una fase preventiva, comunemente chiamata ambientamento, che permetta all’allievo di superare la paura dell’acqua che, per le ragioni sopra esposte, è connaturata e radicata in qualsiasi principiante e che si manifesta nei modi ben noti agli istruttori: pianto, panico, mal di stomaco…

Il percorso educativo di una scuola nuoto, che più correttamente va chiamata scuola di abilità acquatiche, parte quindi con l’esplorazione del nuovo ambiente: operazione tanto più lunga e accurata quanto meno accogliente è la struttura. Molte piscine pubbliche sembrano infatti realizzate appositamente per mettere a disagio i principianti: dove i bambini hanno bisogno di superfici morbide, luci calde e colori vivaci, i progettisti disseminano ceramiche, acciaio e spigoli vivi. Il bambino deve prendere confidenza con il nuovo ambiente, sentirsi a proprio agio in acqua e avvertire il desiderio di tornarci. Può quindi iniziare a prendere confidenza con il proprio corpo in acqua e con l’acqua intorno al proprio corpo. Il primo passo è il controllo della respirazione, presupposto del galleggiamento (svuotando i polmoni si affonda) e dell’approvvigionamento energetico necessario per esercizi più complessi.

È importante non accelerare artificiosamente questa fase: disattenzioni e trascuratezze possono ripercuotersi negativamente sull’evoluzione acquatica dell’allievo anche ad anni di distanza. Spesso atleti anche di altissima prestazione sono costretti a tornare su questi fondamentali, con esercitazioni specifiche per il controllo del respiro.

Superata la paura iniziale, l’allievo può orientarsi nel nuovo ambiente e riparametrare i propri riferimenti (in acqua l’alto diventa avanti, il basso dietro), per acquisire le prime forme di galleggiamento sul petto e sul dorso, prima statico poi dinamico (scivolamenti), sulle quali costruire una propulsione grezza.

L’approccio è globale: le tecniche di locomozione vanno apprese nella loro interezza e affinate successivamente. Come è impossibile imparare ad andare in bicicletta muovendo una gamba per volta o senza utilizzare le mani, allo stesso modo è poco utile frantumare la nuotata in tanti pezzi (solo gambe, bracciata alternata con tavoletta, ecc.) che poi vengono ricuciti insieme in modo disarmonico. L’allievo deve invece sviluppare differenti modelli propulsivi e perfezionarli con la ripetizione. Ripetizione consapevole e attenta, non meccanica e automatizzata: ogni abilità deve essere appresa in modo flessibile e trasferibile, per potersi adattare al mutare delle situazioni. Un adolescente alto e longilineo necessita di una tecnica di nuotata (ampiezze, frequenze) completamente diversa rispetto a quando era un bimbo piccolo e paffuto. L’obiettivo è sviluppare una mappa motoria (aree della corteccia cerebrale coinvolte nel movimento) ricca ed elastica, accumulando un bagaglio di motricità ampio, dinamico, trasferibile e potenzialmente inesauribile.

Come si ottiene questo risultato? Tenendo a mente che l’intelligenza motoria (più precisamente intelligenza corporeo-cinestetica, secondo la classificazione di Gardner) non è altro che una manifestazione dell’efficienza del sistema nervoso centrale, direttamente proporzionale al numero di connessioni neurali; le esperienze motorie acquatiche devono essere finalizzate all’aumento di tali connessioni, quindi all’acquisizione del più ampio patrimonio possibile di strutture motorie: in una parola, alla multilateralità. Semplificando, si possono considerare le capacità motorie come dei mattoncini Lego: il numero di costruzioni (cioè di abilità) che si possono costruire aumenta esponenzialmente con il crescere del numero di mattoncini (con sei mattoncini standard si può realizzare l’incredibile cifra di 915.103.765 combinazioni).

Purtroppo, con il passare degli anni, il sistema nervoso centrale tende a perdere la propria plasticità: perciò è indispensabile somministrare stimoli multilaterali nel periodo adatto, in quella autentica età dell’oro dello sviluppo coordinativo (le capacità coordinative sono quelle che permettono di organizzare e regolare il movimento) che va dai cinque ai dodici anni circa e che è riassunta nell’imprescindibile schema di Martin:

Il fulcro è la parola abilità, capacità motorie educate e orientate sulle quali si costruisce il percorso educativo motorio: sviluppo della sensopercezione, che consente di acquisire una coordinazione specifica, sulla quale costruire tecniche che permettono di compiere azioni finalizzate a una prestazione. Lo sviluppo di un’elevata competenza motoria consente l’emersione del talento sportivo.

Ma ogni nuotatore è diverso dall’altro e subisce in maniera differente e originale le diverse e complesse resistenze (frontale, superficiale, di risucchio) offerte dall’acqua. Non possono quindi esistere un modello e una strategia didattica universali: l’istruttore deve essere un attento osservatore e aiutare ciascun allievo a sviluppare tecniche di locomozione il più possibile adeguate alle proprie caratteristiche psicofisiche. Si passa quindi da un approccio meccanicistico, che porta inevitabilmente all’irrigidimento della mappa motoria e alla stereotipizzazione del gesto con minori acquisizioni e possibilità di trasferimento, a uno euristico, che si concentra sul risultato piuttosto che sul processo.

Il più efficace strumento a disposizione dell’istruttore sono quindi le diversificazioni didattiche, che modificando continuamente gli stimoli consentono di ac- quisire modelli motori elastici e trasferibili.

Ma ogni nuotatore è diverso dall’altro e subisce in maniera differente e originale le diverse e complesse resistenze (frontale, superficiale, di risucchio) offerte dall’acqua. Non possono quindi esistere un modello e una strategia didattica universali: l’istruttore deve essere un attento osservatore e aiutare ciascun allievo a sviluppare tecniche di locomozione il più possibile adeguate alle proprie caratteristiche psicofisiche. Si passa quindi da un approccio meccanicistico, che porta inevitabilmente all’irrigidimento della mappa

Il ruolo dell’insegnante è quello di favorire l’apprendimento non attraverso aggiustamenti formali, bensì mettendo a disposizione dell’allievo reafferenze sensoriali che consentano l’autocorrezione del gesto. Uno strumento particolarmente utile è rappresentato dalle remate del nuoto sincronizzato, che insegnano all’allievo a sentire l’acqua, migliorando la fase di presa in tutte le nuotate. Un altro esempio è la gambata a rana in verticale, che costringe l’allievo a individuare la tecnica corretta per evitare l’affondamento: un feedback immediato e molto più efficace dell’esecuzione del movimento a secco seduti sul bordovasca o – peggio che peggio – stesi a pancia in giù sul blocco di partenza.

A ben vedere, l’homo aquaticus per eccellenza non è neppure il nuotatore, ma il pallanuotista: l’enorme varietà di problemi motori che quest’ultimo si trova di fronte in una situazione di gioco lo costringe a individuare in tempi rapidi soluzioni sempre nuove ed efficaci, aumentando a dismisura il numero di mattoncini con i quali esprimere il proprio talento.

È un approccio semplice? Tutt’altro, specialmente se comparato alle aspettative dei genitori.
Nel breve periodo, infatti, l’approccio meccanicistico paga dividendi migliori: pochi movimenti robotizzati e i bambini imparano sì a nuotare, ma come criceti su una ruota, incapaci di modificare le proprie tecniche qualora le circostanze lo richiedano. Solo nel medio-lungo periodo l’arsenale motorio accumulato durante l’ambientamento può dispiegarsi in tutta la sua efficacia, rendendo gli allievi efficaci e felici nel loro stare in acqua, massimizzando le probabilità di non insuccesso della loro eventuale carriera sportiva agonistica. Per questo, oltre all’istruttore, tutta la filiera didattica deve essere permeata di questa nuova cultura dell’acqua: dalla direzione sportiva alla reception al coordinatore del piano vasca.

Non è semplice mettere in discussione abitudini e convinzioni consoli- date e cristallizzate per decenni, ma è indispensabile farlo, per consentire a un numero sempre maggiore di persone di godere degli immensi benefici che l’acqua mette a disposizione.

Federico Gross

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