“I nuotatori devono poter guadagnare come i calciatori”. O no?

In una lunga intervista rilasciata al Sole 24 Ore il patron della International Swimming League espone la propria Weltanschauung, regalando diverse perle di saggezza:

Per creare un business, di qualsiasi tipo, bisogna avere buone idee, visione e volontà e coraggio di investire. Il ritorno è assicurato.

Nel nuoto, a livello amatoriale, c’è una componente filosofica. O almeno, muoversi nell’acqua aiuta a rilassarsi, pensare liberamente, riflettere, sognare. Senz’altro ha a che fare con la primordialità dell’ambiente acquatico: in fondo è da lì che ognuno di noi ha iniziato a crescere.

Ma a scaldare il cuore degli appassionati è certamente la seconda parte dell’intervista, quando il magnate russo dichiara: sarebbe giusto che [i nuotatori di alto livello] guadagnassero come i top player del calcio o del football americano, che fossero in altre parole milionari, in dollari o euro poco importa.

Musica per le orecchie di chiunque abbia anche per una sola stagione della propria vita praticato nuoto agonistico. Anche senza scivolare in paragoni populisti con i paperoni del calcio, è indubbio che la quantità di fatica, stress, dolore sopportate da un nuotatore meriterebbero ben altre ricompense che lo stipendio di un corpo militare o un’utilitaria a GPL offerta da qualche sponsor. Noi di Nuoto•com siamo in prima fila a promuovere l’evoluzione dell’ambiente in senso professionale e saremo i primi a festeggiare quando i nuotatori diventeranno delle rockstar, anche perché potremo aumentare il prezzo dei nostri banner pubblicitari.

Però, c’è un però. Grigorishin sottolinea giustamente il vuoto di attenzione mediatica sul nostro sport, definendolo inspiegabile.

Ecco, secondo me l’equivoco sta nell’aggettivo inspiegabile. Io temo che il vuoto di attenzione sia spiegabilissimo, con un altro aggettivo: noioso. Anche gli addetti ai lavori, se non c’è in ballo l’oro olimpico o la grandissima prestazione o il personaggio che nasce una volta ogni cento anni, una manifestazione di nuoto non è esattamente il posto dove amerebbero trascorrere il loro sabato sera.

Vi faccio un esempio facile: guardate le tribune del Foro Italico in occasione del Sette Colli, prima cinque minuti dopo una gara di Federica Pellegrini. Si svuotano più rapidamente di una scuola al suono della campanella, indipendentemente da chi si esibisce nel prosieguo della serata.

Può piacere o meno -a me non piace, ma è oggettivo. Gli anglosassoni ci provano in tutti i modi (ne abbiamo parlato qualche giorno fa) a spettacolarizzare il prodotto nuoto, con risultati anche apprezzabili: i nuotatori di oggi se la passano certamente meglio dei loro colleghi del secolo scorso. Ma il vero salto di qualità, quello che convince a cambiare canale il maschio adulto tra i trenta e i cinquant’anni, ovvero il principale consumatore di sport televisivo, a me continua a sembrare irrealizzabile. Se dopo trent’anni di tentativi tutti i principali network mondiali hanno concentrato la quasi totalità degli investimenti sulle quattro leghe pro USA, sul calcio e sui motori, lasciando qualche fettina di torta all’atletica leggera e briciole a tutti gli altri, temo che un motivo ci sia.

Ben venga, sia chiaro, l’esperimento di ISL: le novità portano sempre entusiasmo e motivazione, noi appassionati ci godremo qualche gara in più e gli atleti arruolati si metteranno in tasca una buona parte dei 240 milioni di dollari che Grigorishin è intenzionato ad investire. Soldi suoi, tra l’altro, quindi spendibili come meglio crede. Inoltre l’intera gestione del progetto è esemplare da qualsiasi lato la si guardi: comunicazione, contrasto al doping, attenzione verso gli atleti.

C’è però un rischio che non può essere ignorato: quello di illudere una generazione di nuotatori di potersi arricchire incentrando tutto il proprio progetto di vita sul nuoto cavalcando un’onda che può infrangersi da un momento all’altro. Magari perché il mecenate del momento il prossimo anno decide di dedicarsi al twirling.

 

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