Piscine inclusive

La Finnish Swimming Teaching and Lifesaving Federation  sta attuando iniziative volte a diffondere il nuoto fra gli immigrati, in particolare donne.  Particolarmente interessante la collaborazione con il Raseko Raisio Regional Education and Training Consortium per la diffusione del progetto “nuoto per tutti”, finanziato con fondi pubblici.

Il quotidiano locale Yle racconta la storia di Sheida Mohammadi, immigrata dall’Iraq nel 2015 che grazie a questo programma accompagna il figlio in piscina una volta a settimana e sta pensando di iscriversi a un corso. “Entro in piscina con il mio bimbo, ma non so nuotare bene, e questo per me è un problema. Amo stare in acqua, e grazie al burkini posso frequentare la piscina. Voglio allenarmi più spesso e nuotare per distanze più lunghe.

L’iniziativa ha incontrato un grande successo. “Il nostro obiettivo è creare nel giro di qualche anno un gruppo di istruttori in grado di rivolgersi agli immigrati nella loro lingua di origine” è il proposito di Jukka Rantala, direttore di FSTLF.

Come prevedibile, si è immediatamente aperto il dibattito sull’utilizzo di costumi adatti alle esigenze delle donne islamiche, anche se Mohammadi sostiene di non avere mai subito discriminazioni o molestie per il suo abbigliamento, né in piscina né in spiaggia.

Dall’Afghanistan arrivano invece Gulabhar Afghan e Mahziwar Ahmadi, che nel paese di origine non avevano mai avuto occasione di nuotare e che grazie al progetto frequentano un corso di nuoto nel quale sono previsti gruppi separati di uomini e donne. “Siamo un po’ paurose, ma vogliamo imparare a nuotare, è un modo divertente di fare esercizio fisico”.

Per andare incontro alle esigenze di Gulabhar, Mahziwar e di dozzine di altre donne molte piscine stanno prevedendo fasce orarie women only. L’iniziativa ha un tale successo che in alcuni impianti a volte si rende necessario contingentare gli ingressi. “Le utenti sfruttano ogni minuto di tempo” racconta Christina Nokkola, che segue il programma nella piscina di Turku.

Il dato forse più interessante è che l’iniziativa coinvolge molti club privati, che con sempre maggiore frequenza prevedono spazi dedicati alle donne e si occupano direttamente della vendita dei costumi. “Per noi burkini, muta da sub o costumone agonistico non fa differenza”, commenta con pragmatismo imprenditoriale Nokkola. La tendenza sembra inarrestabile, considerato che l’autorità statale che si occupa della lotta alle discriminazioni ha invitato tutte le piscine pubbliche del paese a consentire l’uso del burkini, purché realizzato con tessuti idonei (lycra, ecc).

Ora, si può certamente discutere se le “quote rosa” in piscina e il costume integrale rappresentino un’opportunità di integrazione o un ulteriore elemento di mortificazione dell’autonomia e della libertà di scelta delle donne (islamiche e non, al programma aderiscono decine di donne non musulmane che evidentemente gradiscono frequentare le piscine senza rischiare molestie). Sta di fatto che l’iniziativa ha portato in piscina una fetta di popolazione che prima non ci si avvicinava. Una fetta di popolazione che è destinata a crescere percentualmente e che chi gestisce una piscina pubblica non può permettersi di ignorare. Come non può permettersi di ignorare la questione opposta, ossia quella della parità di genere nell’abbigliamento di cui abbiamo parlato qualche settimana fa. Due facce della stessa medaglia: quella dell’inclusione. Una sfida che va affrontata, cercando soluzioni che non necessariamente saranno subito quelle giuste.

Noi invece aspetteremo con rassegnazione l’arrivo dell’estate e dei primi tweet di sindaci che si vanteranno di aver cacciato dai pubblici bagni minoranze di ogni genere, colore, etnia.

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Ph. courtesy of Engin Akyurt su Pexels

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