“La scuola italiana delle acque libere: tradizione e organizzazione”

Di ritorno dalla Cina, al termine di un’altra Coppa del mondo ricca di soddisfazioni per i colori azzurri, incontriamo Fabrizio Antonelli, tecnico federale del settore acque libere e coach di Rachele Bruni.

Nuoto•com: Il nuoto in acque libere azzurro si conferma ai vertici mondiali, al punto che si può parlare di vera e propria “scuola”. Quali pensi siano i nostri punti di forza? E cosa manca per un ulteriore salto di qualità?

Fabrizio Antonelli: Scuola è una definizione che mi piace molto perché penso definisca nel modo più appropriato un movimento che ha nella tradizione uno dei suoi punti di forza. Ho avuto la fortuna di nuotare al fianco di grandi campioni del passato e poi lavorare accanto ad allenatori molto esperti e capaci che mi hanno trasmesso conoscenze e fondamenti indispensabili nel mio percorso ed in quello delle atlete che ho l’onore di allenare. La federazione ha sempre investito in questa disciplina e penso che ciò rappresenti un altro punto cardine, perché all’estero sono poche le nazionali che possono contare su di un’organizzazione del livello della nostra, sia sotto il profilo tecnico che logistico: tengo a sottolineare come in questo Stefano Rubaudo abbia rappresentato un importante elemento di svolta. Non posso dimenticare ovviamente il supporto dei gruppi militari che consente ai ragazzi di potersi dedicare con serenità ad una disciplina così impegnativa.
Non so dire cosa manchi, forse un po’ di visibilità per uno sport che in occasione dei Giochi Olimpici di Rio ho scoperto essere estremamente appassionante anche per i meno esperti… È uno sport fatto di tattica, strategia, spirito di adattamento, capacità di lettura delle situazioni di gara, due ore di continui cambiamenti che spesso vedono epiloghi degni delle volate ciclistiche. Non tutti i media danno la giusta considerazione ai protagonisti di queste imprese, ma d’altronde non tutti hanno la competenza che avete voi di Nuoto•com, e c’è una sconsiderata corsa al gossip che spesso sminuisce la grandezza delle imprese sportive. Penso comunque che nel corso della storia la nostra nazionale si sia sempre mantenuta ai vertici, pur attraversando momenti più o meno prolifici, ora siamo arricchiti anche dalla presenza di Gregorio Paltrinieri che rappresenta senz’altro una forte spinta per l’intero movimento, possiamo solo rimboccarci le maniche e continuare a lavorare sodo per onorare con i risultati lo sforzo di tutti quelli che ci sostengono.

NPC: Inizia la volata finale per Tokyo: come hai programmato i prossimi dieci mesi?

FA: Dici bene, Tokyo è dietro l’angolo e siamo all’ultimo di quattro lunghi anni di preparazione.
Come è mia abitudine, ho pianificato tutto già da un po’ di tempo ma ovviamente dovremo fare i conti con la realtà. Ci concentreremo su alcuni dettagli che Rachele deve migliorare in vista della gara olimpica ma senza perdere di vista i fondamenti del lavoro che ha svolto fino ad ora. La preparazione sarà caratterizzata da tre periodi in altura, sempre seguiti da competizioni a ridosso della discesa e l’ultimo periodo sarà proprio a ridosso della gara Olimpica di Tokyo, come fu per Rio.

NPC: Allenare un’atleta esperta e titolata come Rachele Bruni è più o meno complesso rispetto ai giovani?

FA: Se mi avessi fatto questa domanda un paio di anni fa avrei risposto senza esitazione: più complesso! (ride) ma oggi devo dire che ha raggiunto un grado di maturità e professionalità che mi hanno permesso di alzare leggermente l’asticella in allenamento riuscendo ad ottenere risposte che prima non avevo.
In fin dei conti penso che sia semplicemente diverso, credo che un bravo allenatore sia colui che riesce a tirare fuori il meglio dagli atleti con cui lavora rispettandone i tempi di crescita e le caratteristiche, guardando al risultato come conseguenza di un buon percorso e non come unico obiettivo da perseguire senza scrupoli.

NPC: Come gestisci la preparazione mentale dei tuoi atleti?

FA: Forse è deformazione professionale ma credo che tutto in fondo sia questione di allenamento e sono convinto che tra tutti i tipi di forza che alleniamo ogni giorno la più importante in assoluto sia quella di volontà, quindi cerco di metterli di fronte ai propri limiti per stimolarli a tirare fuori il loro reale desiderio di migliorarsi; come dicevo prima lo spirito di adattamento nel nuoto in acque libere è un elemento fondamentale e spesso bisogna sfoderarlo mentre si è sotto pressione, quindi li incentivo a concentrarsi sulle soluzioni e non sui problemi.
Allo stesso tempo penso sia importante che percepiscano il mio supporto soprattutto nei momenti più difficili quindi, anche se sono notoriamente un allenatore “duro”, non mi dimentico di far sentire loro la complicità e la fiducia che ritengo fondamentali per la buona riuscita del lavoro che facciamo insieme.

NPC: Che rapporto hai con le nuove tecnologie e con i social in particolare? Come pensi abbiano modificato il rapporto fra atleta e allenatore?

FA: Non sono un grande appassionato di social ma riconosco che oramai hanno un ruolo troppo importante nella comunicazione per far finta che non esistano.
Mi piace illudermi che non abbiano il potere di sostituire o influenzare un rapporto umano e profondo come quello che lega allenatori ed atleti, anche se non faccio fatica ad immaginare che questo possa accadere vista la dipendenza da social che ha investito le nuove generazioni.
Sono convinto che siano dei mezzi che vanno gestiti con molta intelligenza e consapevolezza e da allenatore ritengo che sia mio dovere educare i miei atleti a dargli il giusto peso e farne il giusto utilizzo.

NPC: Vuoi aggiungere qualcosa per i lettori di Nuoto•com?

FA: Non ho molto da aggiungere, posso solo ringraziarvi per avermi fatto delle domande interessanti ed avermi concesso l’opportunità di condividere con voi un po’ della mia passione per questo sport.
Un caro saluto a tutti

Ph. ©A.Masini/Deepbluemedia

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