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Quando muoiono gli dèi

Il ricordo di Roland Matthes nelle parole di Franco Del Campo

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La scomparsa di Roland Matthes ha lasciato un vuoto profondo. Ci scrive Franco Del Campo, che con il dorsista tedesco incrociò le bracciate in due finali olimpiche a Città del Messico. Pubblichiamo le sue riflessioni con grande piacere.

Anche gli “dèi” possono morire, ma non te l’aspetti. Roland Matthes, per chi nuotava quasi mezzo secolo fa, è stato quasi una divinità, non soltanto nel dorso, che ha dominato senza rivali per anni. Aveva un’eleganza e una leggerezza che soltanto il dorso poteva permettere. Distratto e forse superbo, come capita alle divinità che guardano da lontano i comuni mortali, nelle gare individuali si “accontentava” di vincere quasi senza sforzo, con una indolenza apparente, che però non suscitava alcun fastidio nei suoi avversari, rispettosi di una superiorità consacrata dai risultati. Nelle gare individuali sembrava “nuoticchiare”, con movimenti lunghi e solenni, e solo alla fine, con un leggero colpo di gambe accelerato e qualche bracciata più veloce, andava a vincere con un vantaggio che non ammetteva discussioni. Era anomalo rispetto alla “mostruosa” DDR, la Germania orientale, del nuoto degli anni Sessanta e Settanta. Gli uomini erano tutti grandi e forti, ma le donne erano stravolte e gonfiate di muscoli da una scienza disumana al servizio di un potere che voleva dimostrare, a tutti i costi, la sua presunta superiorità. Roland Matthes, invece, sembrava venire da un altro mondo. Era alto, sottile, leggero. A lui i muscoli non servivano. Gli bastava il galleggiamento –era chiamato “sughero”- e la capacità di scivolare sull’acqua con un minimo sforzo. Faceva fatica, forse, soltanto nelle staffette miste, quando faceva i suoi record mondiali e cercava di dare –quasi sempre inutilmente- il massimo vantaggio possibile ai suoi compagni di squadra.

A me è capitato di incrociarlo in qualche gara, ma gli sguardi non erano reciproci. Lui guardava altrove, al di sopra di tutti noi, ma anche io lo guardavo appena, perché –in realtà- prima di una gara, ciascuno guarda soprattutto dentro se stesso.

La gara più importante che abbiamo disputato insieme è stata nell’aria rarefatta dell’Olimpiade di Città del Messico, nel 1968. Batterie, semifinali, finali, una dopo l’altra, quando ogni nazionale poteva schierare tre atleti. Alla fine siamo rimasti in otto, ma Roland Matthes ed io siamo stati gli unici a disputare due finali, nei 100 e nei 200 dorso. Lui primo e io ultimo, anche se non lontanissimo –anzi- dagli altri mortali. Nei 100 dorso, durante la virata dei 50, avevo intravisto il guizzo di qualcuno, quasi al mio livello ed avevo sperato di poterlo raggiungere nella seconda vasca. Invece no. Era lui, che -come al solito- giocava con noi e negli ultimi metri, mentre io vivevo la mia asfissia, saltava in avanti per andare a vincere.

Poi lui aveva continuato a volare sull’acqua, con quella bracciata lunga e leggera, fino a trionfare di nuovo, come sempre, all’Olimpiade di Monaco nel 1972, quella insanguinata dai terroristi di Settembre nero contro gli atleti israeliani. Io, invece, come i comuni mortali, ero ritornato sulla terra, per studiare, fare l’università, lavorare e mettere su famiglia, anche se qualcuno continuava a considerarmi “il Matthes italiano”. Personalmente non ci ho mai creduto davvero, anche perché mi sembrava quasi blasfemo, ma sentirlo dire era piacevole.

Adesso Roland Matthes se n’è andato, rapito da una umanità che a noi sembrava impossibile, ma la sua leggerezza, la sua eleganza è rimasta ineguagliata e non c’è stato più nessuno capace di nuotare come lui. Il dorso, come il resto del nuoto, è cambiato, è diventato potente e a tratti –ma solo a tratti- furioso, con le braccia e le gambe che battono l’acqua, come un mulino che vuole catturare la sua energia, invece di “sentirla” con le mani, che disegnano linee misteriose per lanciarla lontano e andare leggeri nel senso opposto. Adesso quel dorso non esiste più, ma il ricordo di quello stile altero ed ironico dovrebbe essere mostrato e raccontato anche ai giovani che si avvicinano al nuoto, perché –come sapeva Ugo Foscolo- "A egregie cose il forte animo accendono // L’urne de’ forti”. Per questo, almeno per alcuni di noi, Roland Matthes rimane immortale.

Franco Del Campo

Docente di filosofia, giornalista, allenatore di nuoto.

Finalista olimpico a Città del Messico 1968.

Attualmente dirige il Centro Federale FIN "Bruno Bianchi" di Trieste.

Il suo blog

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