L’Olimpiade è una religione

L’Olimpiade è una religione. I Giochi olimpici – iniziati timidamente nel 776 a.C.- furono dedicati a Zeus, il padre degli dei, ed imponevano la “tregua olimpica” per poter raggiungere in pace Olimpia. Anche il ritmo sacro dei quattro anni divenne la misura del calendario per tutti i greci. Alla fine furono aboliti dall’imperatore Teodosio (393 d.C.) su pressione del vescovo di Milano, Ambrosio, forse perché erano l’ultimo baluardo “pagano” dopo che il cristianesimo divenne religione ufficiale dell’Impero romano.

Fu il barone francese Pierre de Coubertin, alla fine dell’800, a far rinascere i Giochi olimpici come una nuova Religione, laica e pagana, cosmopolita e nazionale, riservata ai “gentiluomini”, con la rigorosa esclusione – all’inizio – di donne e lavoratori. Pierre de Coubertin inventò anche uno slogan/comandamento strepitoso e a suo modo religioso: “l’importante è partecipare, non vincere”.

La Religione dei Giochi moderni è carica di riti, sfilate, premiazioni, “divinizzazione” dei vincitori, ma è anche Religione umanista e di pace, perché lo sport, sublimazione della guerra, dovrebbe garantire la pacifica competizione tra popoli e nazioni, con il ritmo lento e sacrale dei quattro anni a scandire l’eccezionalità olimpica.

E’ una Religione fondata sul fair play, ma esposta – come sapevano Ludwig Feuerbach e Karl Marx – al rischio dell’alienazione per produrre risultati, al servizio di pubblico, sponsor e televisioni globali. E’ anche propaganda, “oppio dei popoli”, che affascina e distrae, come dimostra l’Olimpiade di Berlino nel 1936, grazie alla stupenda narrazione cinematografica di Leni Riefenstahl.

La Religione olimpica, come tutte le religioni, si è sempre compromessa con la politica, come hanno dimostrato le stragi di studenti a Città del Messico nel ’68 e degli atleti israeliano a Monaco nel ’72, e poi i troppi boicottaggi, come quelli di Mosca nel 1980 e di Los Angeles nel 1984.

Solo le guerre avevano fermato la sacralità dei Giochi olimpici, nel 1916, nel 1940, programmate proprio a Tokyo, e nel 1944.
Adesso la “guerra” al coronavirus ha fatto vacillare i Gran sacerdoti del CIO, che hanno preso una decisione senza precedenti: spostare la XXXII Olimpiade al 2021. Inevitabile e doloroso, visto che un’Olimpiade senza pubblico è impensabile e non si può mettere a rischio la salute di atleti, tecnici, giudici e dirigenti. Doloroso soprattutto per gli atleti, dediti a una programmazione millimetrica della loro immensa fatica, che dovranno – probabilmente – sottoporsi di nuovo alla qualificazione olimpica, con il rischio di disperdere l’occasione della vita per “partecipare” al sogno di tutti gli sportivi.

Un’Olimpiade in un anno dispari sembra un’eresia, ma – con un pizzico di opportunismo – faremo finta che si tratti di Tokyo 2020, medaglie comprese. Così, il più grande spettacolo del mondo deve continuare senza far arrabbiare le divinità del business, delle televisioni e del pubblico mondiale in crisi di astinenza.

E alla fine, forse, #andràtuttobene.

 

Franco Del Campo
Docente di filosofia, giornalista, allenatore di nuoto.
Finalista olimpico a Città del Messico 1968.
Attualmente dirige il Centro Federale FIN “Bruno Bianchi” di Trieste.
Il suo blog

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