Dove sono i miei ragazzi speciali?

Paolo Danese, docente presso l’Università di Pavia, insegnante della scuola primaria, docente del Settore istruzione tecnica della Federazione italiana nuoto, punto di riferimento per l’attività motoria acquatica delle persone con disabilità. Ma, soprattutto, esperto e appassionato istruttore, condivide con noi le sue riflessioni sulla disabilità ai tempi del Covid-19.

Oggi uno dei tanti telegiornali, che in questo periodo parlano inevitabilmente e quasi esclusivamente di coronavirus ha dato l’annuncio che il Viminale, in una nota di chiarimento sulle restrizioni degli spostamenti, dichiara che “…Potranno essere altresì consentiti spostamenti nei pressi della propria abitazione giustificati da esigenze di accompagnamento di anziani e inabili da parte di persone che ne curano l’assistenza, in ragione della riconducibilità dei medesimi spostamenti a motivazione di necessità o salute”. La parola inabili mi ha fatto sussultare: era da tantissimo tempo che non la sentivo. Non solo perché è una parola oramai antica, desueta, che forse solo i burocrati e Renato Zero (Nei giardini che nessuno sa) utilizzano ancora, ma perché dall’inizio di questa schifosa guerra contro il coronavirus di persone con disabilità non si parla quasi per niente, come fossero divenuti invisibili.

In  effetti, in quasi tutti i conflitti le principali vittime sono gli inerti, i deboli, le persone fragili che diventano invisibili perché ci sono interessi maggiori a cui pensare: anziani, bambini, e le persone con disabilità entrano in mere statistiche e perdono la loro visibilità. In questa guerra, però, i primi, gli anziani, stanno pagando il prezzo più alto, morendo a centinaia isolati in ospedale o a casa senza neppure la possibilità di dare un ultimo saluto alle persone più care e suscitando anche per questo il giusto interesse dei media. I bambini sono invisibili, ma fortunatamente hanno chi si occupa di loro, a partire dalle e dagli insegnanti che, anche loro travolti dallo tsunami virale, hanno dovuto cambiare in tempo zero il loro modello nel fare didattica per raggiungere, tramite la didattica a distanza, i propri alunni di ogni ordine scolastico, cercando anche un difficile ma possibile contatto umano oltre il mero passaggio di nozioni per superare un esame o avere una valutazione, seppur fra moltissime difficoltà di ogni genere.

Le persone con disabilità, invece, rimangono ancora invisibili. Gli insegnanti di sostegno hanno parecchie difficoltà ad aiutarle, non essendo facile per questi individui lavorare davanti a un computer o ad uno smartphone. I media, poi, non se occupano quasi per niente, i politici e moltissimi enti locali hanno altri problemi, maggiormente rilevanti che non occuparsi delle famiglie con una persona con disabilità in casa. Ci sono, però, delle situazioni in cui la situazione è decisamente grave: nel volgere di un weekend un alto numero di bambini, ragazzi e adulti hanno perso punti riferimento molto importanti, come la scuola e i centri educativi; in concomitanza, non hanno neppure più la possibilità di fare attività ricreative e sportive. Improvvisamente per loro, come per tutti gli italiani, il tempo si è cristallizzato, si sono salutati il venerdì con i propri insegnanti, educatori e istruttori e, senza preavviso, si sono ritrovati chiusi in casa, con l’affetto della famiglia, certo, ma senza capire perché, ad esempio, non potevano più andare in piscina, dove si sentivano bene, nuotavano, stavano insieme a tante persone, imparavano con l’aiuto del loro istruttore e dei loro educatori ad essere autonomi, stavano bene e si divertivano. Qualcuno di questi ragazzi proprio non capisce e la situazione degenera fra agitazione, urla, botte: vogliono uscire, tornare alla routine che tanto tranquillizzava e faceva sentire “grande”. Qualcuno, invece, diventa apatico, indifferente, una bambola di pezza messa sulla sedia a rotelle che aspetta il passare dei giorni, oppure mangia, mangia…

Molte famiglie, quindi, stanno vivendo un periodo in cui i problemi che creano le norme contro il coronavirus amplificano i problemi che già hanno nella vita di tutti i giorni e spesso si sentono sole e abbandonate. In momenti come questi una telefonata o un messaggino dell’istruttore servono molto, fanno capire loro che c’è qualcuno che li pensa, che occorre trovare la forza per superare questo brutto momento; un semplice contatto con i responsabili del centro che frequentano, riportato nelle videochat alle famiglie come saluto, testimonia l’I care che tutti gli istruttori di nuoto, come educatori acquatici, dovrebbero coltivare nei confronti dei loro allievi, dimostrazione non sono stati dimenticati e che non si vede l’ora di lavorare ancora insieme in  piscina.

Certo, l’augurio di tutti è che tutto finisca presto e che si possa tornare al più presto in acqua. Non sarà comunque un ritorno alla normalità facile, sarà molto lungo e lento e di certo non farà trovare a nessuno lo stesso mondo a cui si era abituati prima della pandemia. Il prima e il dopo coronavirus considerando cosa è accaduto nel mezzo: questo dovrò considerare, quando tutto riprenderà, e già mi domando come questo cambierà il mio modo di lavorare. Potrò ancora entrare in acqua con i miei ragazzi e abbracciarli, coccolarli, sostenerli e aiutarli, come succedeva prima, se ci saranno obblighi di distanza di sicurezza anticontagio? Come posso farsi sì che le famiglie tornino in piscina e ad essa affidino i propri figli, se hanno qualche timore riguardo alla “salubrità” dell’impianto e riguardo a me come “estraneo”? Sarò ancora in grado di comunicare con loro con gli occhi e i sorrisi se avrò, magari, l’obbligo di indossare una mascherina? Ma, soprattutto, io e i miei allievi avremo ancora la forza e la consapevolezza che l’uno può fidarsi dell’altro e di non avere paura per un colpo di tosse o uno starnuto? Questa emergenza ha cancellato poi molti progetti, anni di lavoro potrebbero essere stati persi; ma dalle grandi crisi, se non ci si piange addosso, possono arrivare nuove, grandi opportunità, basta essere pronti a coglierle.

In definitiva, anche se i media non ne parlano, io so che i miei allievi ci sono ancora, non sono scomparsi di certo, e il giorno in cui tutto finirà (perché è certo che finirà!) inizierà un periodo di nuove sfide, che dovrà trovarmi preparato, come educatore acquatico (e non solo per persone disabili) e come persona. So di certo che potrò contare anche su professionisti che mi faranno capire al meglio come affrontare e superare le difficoltà. Intanto, sfrutterò questo momento di “clausura” per prepararmi, studiare, leggere, seguire webinar, tutorial o corsi online per trovare le prime ipotesi di risposta alle domande che ho scritto sopra e alle molte altre che da qui alla fine di questa emergenza mi verranno. Certo è che dovrò assolutamente cambiare il mio modo di fare didattica per essere utile a persone e in un ambiente che non saranno gli stessi che conoscevo mesi prima. Che ne dite, ci proviamo assieme?

Paolo Danese

Ph. ©Alexandre Saraiva Cairnato @Pexels

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