Rivalutare l’allievo per rivalutare noi stessi.

Questo periodo di stop obbligato porta inevitabilmente a fare delle riflessioni, a ripensare al proprio lavoro, ai propri allievi e a cosa si faceva. Sì, perché senza di loro noi tecnici non avremmo motivo di esistere, così come non avrebbero motivo di esistere gli insegnanti di scuola senza i loro alunni. Ricordiamolo: eravamo lì grazie a loro, e non viceversa.

Mi sono posta una domanda, ripensando agli allievi e agli atleti, bambini, ragazzi e adulti, che seguivo: “Si stavano divertendo? Prima di tutto questo caos, stavano comunque facendo una cosa che provocava loro un sentimento o un’emozione positiva?”. Qualcuno probabilmente sì, qualcuno sicuramente no.
E continuando nella mia riflessione, mi trovo a pensare che chi si stava divertendo era chi aveva i risultati migliori, coloro che riuscivano ad apprendere le cose con più facilità. Non è un caso. Maria Montessori suggeriva: “Per insegnare bisogna emozionare. Molti però pensano che se ti diverti non impari”.

Come allenatore quando mi confrontavo per le programmazioni sentivo dire: “devo cominciare la stagione con le basi per l’aerobia ma non DEVO tralasciare tutti gli stimoli della velocità; devo mettere a calendario le gare obiettivo e devo parlare ai ragazzi. In qualità di coordinatore poi, confrontandomi con gli istruttori e chiedendo loro che programma avevano per quei ragazzini, o per quegli adulti per i mesi a venire, spesso mi sentivo rispondere così: “devo insegnare per bene la gambata a rana, poi devo inserire la bracciata e quando faranno bene entrambi i movimenti devo lavorare sul ritmo e sulla coordinazione.”

Da manuale, perfetto! Se non fosse per quel devo.

Abbiamo sicuramente letto e riletto manuali, articoli in cui si spiega che il ruolo di tecnico a bordo vasca, sia esso istruttore o allenatore, è quello di insegnante e di educatore. Nei corsi di formazione ci si sgola a ripetere questo concetto. Ci siamo mai soffermati sul significato di queste due parole? Abbiamo mai approfondito un pochino cosa vogliono dire? Il latino ci aiuta: educare, ossia tirare fuori; insegnare, ovvero imprimere un segno. Ecco perché quel devo suona proprio male. Noi non dobbiamo proprio niente. In realtà è tutto lì, dentro i nostri allievi. L’unica cosa che noi abbiamo il dovere di fare è tirare fuori ciò che c’è, e aiutarli a rimettere un po’ di ordine per finalizzare.

Possiamo essere i tecnici più preparati del pianeta, i detentori del sapere infinito del nuoto; se non scateniamo un po’ di chimica positiva, perché comunque di questo si tratta, tutto il nostro educare e il nostro insegnare sarà sterile. Cadrà nel vuoto. Per insegnare, quindi per imprimere un segno, serve passione, coinvolgimento, divertimento. Sia che ci stiamo rivolgendo ad un bambino oppure a un adulto. Sì, perché anche agli adulti piace giocare e divertirsi, non neghiamolo. E nel momento in cui si diverte anche l’adulto riesce a dare il meglio di sé. Pensiamo ai grandi campioni: anzitutto sono adulti e non bambini. E non è banale questa sottolineatura: non è un riferimento solo all’aspetto auxologico e fisiologico. Si riferisce soprattutto all’aspetto mentale: Federica Pellegrini e Fabio Scozzoli, per fare un esempio, sono attualmente i due atleti più longevi della nostra Nazionale Assoluta di nuoto e c’è una cosa che li accomuna: si divertono a fare ciò che fanno. Voi mi direte che quando si vince, tutti sono in grado di divertirsi. Ma non si vince solo con i muscoli, si vince soprattutto con la testa. Roger Federer, tennista svizzero che ha vinto tutto il vincibile, ha un modo di giocare che suscitava scalpore tra gli allenatori già quando era ragazzino. Eppure, fino al 2003 veniva deriso perché giocava bene e non riusciva a vincere nulla di veramente significativo. Ha cominciato a vincere quando ha cambiato il suo approccio mentale alle competizioni, e da allora non lo ha più fermato nessuno.

Allora proviamo a rivalutare i nostri atleti e i nostri allievi. Domandiamoci se si stavano divertendo, e soprattutto chiediamoci se NOI ci stavamo divertendo. Valutiamo il nostro approccio mentale. La passione, il coinvolgimento e il divertimento non sono unilaterali, anzi. Molto spesso questi sentimenti devono partire da noi tecnici per risvegliare quegli altrui. Rivalutiamo anche noi stessi. In questo momento siamo fermi, non stiamo lavorando, ci viene data la possibilità di pensare a quello che abbiamo fatto e a quello che potremmo fare. Migliorandolo. Lo so, è difficile essere positivi in un momento come questo, dove non sappiamo se quando tutto questo finirà avremo ancora un lavoro. Ci sono cose che però non dipendono da noi, quindi forse è inutile concentrarsi su quelle. Vale la pena indirizzare le energie su ciò che dipende da noi, su ciò che possiamo controllare, su quello che noi possiamo effettivamente fare. Se alla domanda “Mi stavo divertendo?” la risposta è uno squillante sì, allora quando torneremo a bordo vasca non ce ne sarà per nessuno, saremo un uragano di positività e contribuiremo a rimettere in piedi il sistema, cominciando a farlo nel nostro piccolo. Se la risposta dovesse essere un no, allora è meglio fare una riflessione: vi è stata data l’opportunità di pensare a qualcos’altro, a un’alternativa per quando tutto questo finirà. Vi è stata data l’opportunità di attuare il piano B. Se nel parlato quel devo era ricorrente è il momento del piano B. Altrimenti attendiamo fiduciosi la ripresa.

Non possiamo cambiare il corso degli eventi, e nemmeno le persone, ma possiamo cambiare noi stessi, in meglio!

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