L’onore delle armi

Sarebbe facile etichettare Vincenzo Spadafora come il distruttore dello sport italiano, tra figuracce internazionali e una riforma che i più prudenti fra i commentatori bollano come catastrofica, ma si confonderebbe la malattia con il sintomo.

L’azione dell’ormai ex ministro ha rappresentato il pettine contro il quale la pandemia ha spinto tutti i nodi irrisolti dello sport italiano, a cominciare da figura e ruolo del tecnico sportivo.

Il sistema sportivo dilettantistico è un’enorme macchina che muove tre punti di PIL e garantisce salute e benessere a venticinque milioni di italiani grazie a un servizio di eccellenza erogato a tariffe sociali che si regge quasi esclusivamente sulla compressione del costo del lavoro: una soluzione ottima per l’utente finale, conveniente per gli enti locali proprietari delle strutture, vantaggiosa per l’istruttore o allenatore per cui l’attività sportiva è un integrazione di altri redditi, ma tremendamente penalizzante per chi da tale attività trae interamente il proprio sostentamento.

Una situazione che era in qualche modo tollerabile finché c’era la proverbiale trippa per gatti: richiesta di sport sempre crescente, opportunità di lavoro dietro l’angolo, ma che ha mostrato tutta la sua fragilità già pochi giorni dopo che la pandemia aveva inceppato il meccanismo.

Vincenzo Spadafora è stato interprete, va da sé interessato, di questo disagio e ha per la prima volta portato all’attenzione della politica le criticità del comparto sportivo. Che le soluzioni siano state peggiori dei mali è circostanza talmente oggettiva da non doverci tornare sopra, ma che un intero comparto economico di un paese che si ritiene civilizzato non possa reggersi necessariamente sulla precarietà è altrettanto oggettivo.

Che succede quindi adesso, posto che è inimmaginabile che all’uscita dalla pandemia gli italiani si trovino raddoppiato il costo dello sport di base? Due le soluzioni possibili: prendere il problema di petto integrando la riforma con i dispositivi necessari per garantire la sopravvivenza di associazioni e società sportive, e conseguentemente il reddito dei tecnici (come spiega bene Marco Del Bianco in questo pezzo); annacquare la riforma allargando esenzioni e franchigie mantenendo immutata la sostanza a dispetto della nuova forma.

C’è in realtà una terza opzione, come accennavo in un precedente articolo: spazzare via tutto il sistema e favorire l’avvento delle grandi catene europee del fitness, basate su grandi numeri e collaborazioni a partita IVA.

Come si vede, due opzioni su tre sono peggiorative: la decisione spetta alla politica. Se andrà male, e non ho dubbi di crederlo, non sarà certo stata colpa di Vincenzo Spadafora.

Ph. ©Maria Pop @Pexels

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