Autismo e nuoto: un binomio che funziona.

Oggi è la giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo.

A qualcuno può sorgere spontanea la domanda “Che connessione c’è tra autismo e nuoto?”. Sarebbe una domanda assolutamente lecita. Non ho le competenze per trattare l’argomento dell’autismo da un punto di vista medico, e lungi da me parlare di come il nostro sport possa essere la soluzione al problema.

Vorrei però portare la mia esperienza a bordo vasca con questi allievi speciali e raccontare di come uno sport come il nuoto possa essere di grande supporto per le persone affette da questo disturbo.

L’autismo è un disturbo del neuro-sviluppo, che coinvolge principalmente il linguaggio, e di conseguenza la comunicazione, l’interazione sociale. Si caratterizza per alcuni atteggiamenti ben definiti: comportamenti ripetitivi, stereotipati; anomale manifestazioni emotive, a volte eccessive, sia nel bene che nel male; alterazioni di tipo sensoriale; difficoltà a pianificare, organizzarsi e adattare il comportamento alle circostanze.

Non è difficile immaginare lo stato di isolamento che si trovano a vivere le persone affette da questo disturbo. Quando si è piccoli si vive con il totale senso di non accettazione da parte dei coetanei, quando si è adulti con il senso di compassione degli altri. Tutti stati d’animo assolutamente leciti, e assolutamente inutili. Spesso infatti non serve la compassione, la pietà altrui. Sono modi alternativi per sbattere in faccia la già difficile realtà che queste persone si trovano a vivere.

L’utilità di praticare uno sport come il nuoto, oltre a dare benefici a livello fisico, permette di trarre giovamento a livello di autostima, portando a termine piccoli compiti di natura motoria, che in contesti diversi potrebbero rivelarsi difficili. In uno sport come il nuoto, in cui ogni cosa deve essere necessariamente appresa e di intuitivo c’è ben poco, le diversità vengono appianate, le difficoltà individuali per una persona affetta da disturbo autistico possono essere le medesime per una persona normale. La sperimentazione con questi ragazzi può risultare più difficile, in realtà è solo diversa.

Spesso l’istruttore deve ricorrere a un elemento fondamentale: la flessibilità. Ma non intesa come quella dell’allievo, bensì la propria. Non possiamo pensare che l’apprendimento motorio nel nuoto per una persona affetta da autismo possa seguire lo stesso modello di una persona qualsiasi. Ci troveremmo davanti ad un insuccesso certo! Con conseguente frustrazione nostra e di chi è in acqua. Bisogna imparare a pensare come loro, a capire come vedono e percepiscono le cose, a trovare quel canale comunicativo che non sarà replicabile con altri: necessariamente sarà unico, ma per questo speciale ed efficace. E poi bisogna essere curiosi: curiosi di apprendere, di capire. Perché queste persone possono essere fonte di incredibili soddisfazioni, e noi istruttori potremmo essere un prezioso strumento per muovere qualche passo verso una vita migliore. Sicuramente è da vietare l’improvvisazione: non abbiamo alcun diritto di fare sperimentazione. Serve conoscenza, consapevolezza e autoanalisi. E tanta passione. A volte possono essere sufficienti alcune semplici indicazioni, date da personale competente, che permettono di trovare la chiave di lettura per poter lavorare bene e in maniera efficace. La stessa Federazione Italiana Nuoto da qualche tempo investe nella formazione dei suoi tecnici, sensibilizzandoli a queste tematiche e fornendo loro alcuni strumenti per portare avanti in maniera valida il proprio operato.

La strada non è in discesa, sicuramente. Ma questo non significa che non sia percorribile. L’attività natatoria non è una cura per il disturbo in sé, ma è sicuramente una pratica che può contribuire a una vita più serena, più appagante e più felice. Obiettivi che ogni essere umano dovrebbe avere.

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