Martinenghi e Pedoja: una nuova tattica per i 100 rana

Nell’intervallo della terza giornata di gare del 58mo trofeo Sette Colli incontriamo Nicolò Martinenghi insieme a coach MarcoPedoja.

Manca un mese alle Olimpiadi. Marco, qual è il bilancio di questo Sette Colli?

È andato bene. Per noi era un test di passaggio, l’obiettivo nei 100 era restare intorno al 58.35 anche per rispondere al 58.14 dell’americano Michael Andrew.

I 50 sono sempre un’incognita, 26.59 è un buon tempo ma naturalmente non essendo distanza olimpica l’attenzione è meno alta su questa prova.

Sono complessivamente molto contento: la preparazione procede come previsto, so cosa devo fare e lo sa anche Nicolò. Procediamo tranquilli.

Nicolò, confermi? Al netto della evidente sintonia fra atleta e allenatore, come sono le sensazioni personali?

Non potevo sperare in una stagione migliore, da inizio anno sono in progressione continua. Sono tranquillo e convinto di arrivare alle Olimpiadi nelle condizioni migliori.

Avevi la qualificazione in tasca già a dicembre 2019, ti sei ripetuto comunque agli Assoluti 2020, nel frattempo è passato un anno e mezzo di pandemia. Per un atleta giovane è un tempo molto lungo, come hai vissuto questo strano e imprevedibile percorso?

A costo di sembrare egoista non posso che vedere il bicchiere mezzo pieno. Per me sono stati diciotto mesi in più di maturazione, di lavoro e di esperienza. Certo da un punto di vista psicologico questo rinvio non è stato facile da gestire, specialmente nei primi mesi nei quali regnava l’incertezza assoluta. Poi ho imparato a vivere tutto con leggerezza e ritengo di avere seguito un ottimo percorso che mi ha consentito di fare un ulteriore salto di qualità.

Marco, in questo Sette Colli è cambiata leggermente la tattica di gara, con una maggiore attenzione alla vasca di ritorno (27.67 – 30.62 i passaggi). È un approccio voluto e definitivo?

Sì, è stata una scelta consapevole e no, non è detto che sarà la tattica che utilizzeremo a Tokyo. A Budapest ha nuotato tre volte passando in 26.9 che era lo split che avevamo individuato come ottimale e tutte e le tre le volte si è trovato in leggero affanno negli ultimi 5-10 metri. In occasione della staffetta abbiamo deciso di cambiare approccio e passare più lentamente per cercare il recupero nella vasca di ritorno togliendo qualche certezza agli avversari, Adam Peaty in particolare, e il risultato è stato soddisfacente. Abbiamo deciso di ripeterci qui al Sette Colli, anche considerando la presenza di Arno Kamminga che non è famoso per la velocità di base. È andata benissimo, 27.67 è un passaggio lento per i suoi standard ma il risultato finale è stato eccellente. A Tokyo dovrà nuotare questo tipo di gara ma con un passaggio un po’ più veloce ai 50.

Immagino che vada letta in questa chiave anche la scelta di tornare a gareggiare agli assoluti anche nei 200. Tu Nicolò come ti trovi con questa nuova tattica?

La parte più difficile è quella mentale, convincersi a modificare un modo di nuotare consolidato, che nel mio caso prevedeva di passare molto forte ai 50 e poi cercare di resistere nel ritorno. È una sensazione strana quella di trovarsi più indietro del solito, sapendo di dover recuperare. Ma ci stiamo lavorando da un anno, questa è stata l’occasione per mettermi alla prova ed è andata bene.

È un bel segnale di maturità saper uscire dalla propria confort zone per cercare nuove strade e migliorarsi ulteriormente, affrontando tutti i timori legati all’abbandono di certezze consolidate.

Non nego che all’inizio ero scettico, ero qui per “fare bene” ma non mi aspettavo certamente di migliorare ulteriormente il record italiano. L’esperimento è riuscito e credo che questa sia la strada giusta.

E quindi l’allenatore a volte ha ragione! Scherzi a parte, ora ti trovi con una maggiore consapevolezza e più frecce al tuo arco. E a proposito di consapevolezza: Adam Peaty. Come lo vedi? che rapporto hai con lui? 

Posso dire che fuori dall’acqua siamo ottimi amici, è una persona splendida, non lesina mai complimenti prima e dopo la gara, è una fonte continua di ispirazione e motivazione.

Pensi che ti tema?

Guarda, lui onestamente è ancora di un altro pianeta, gareggia in primis contro sé stesso. Rappresenta un punto fisso di riferimento che trascina l’intero movimento della rana a cercare di colmare il gap fra lui e il resto del mondo. Vivo in un’epoca fortunata e sfortunata allo stesso tempo: fortunata perché il livello della mia disciplina è altissimo, sfortunata perché c’è sempre un nuovo avversario da cui guardarsi.

Di questo lotto di campioni peraltro sei ancora uno dei più giovani e hai tutto il tempo per arrivare al vertice. Tu che ne pensi, Marco? Sarai a Tokyo?

Quella delle convocazioni è ancora una partita aperta, come sai il Comitato organizzatore ha ridotto drasticamente il numero degli accrediti e non c’è neppure la possibilità di assistere come spettatori, quindi al momento non so se sarò in Giappone.

Nicolò, nel caso Marco non ci fosse come ti gestirai?

Per me la presenza di Marco a bordo vasca è importante e mi farebbe ovviamente molto piacere, anche come coronamento di un percorso decennale. Nell’ultimo anno e mezzo ho affrontato diverse trasferte internazionali senza di lui e sono quindi in grado di badare a me stesso… Comunque non dipende da noi.

Questa Nazionale è un mix di veterani e giovani che promette davvero molto bene. Certo è impensabile ripetere a Tokyo i risultati di Budapest, ma le aspettative sono importanti. Com’è la squadra vista dall’interno?

È bello crescere in un contesto dove ci sono atleti più maturi sempre pronti a dare aiuto e consigli, ed è bello vedere che il gruppo cresce molto unito. Siamo tutti in grande sintonia, non ci sono clan o fazioni nonostante la forbice anagrafica sia molto ampia, essendo alla vigilia di, ahimè, un ricambio generazionale importante e inevitabile. Sono felice e fiero di far parte di questo gruppo.

Marco, in questo momento storico la rana italiana fa paura, con una concentrazione di talento senza precedenti. 

Credo che in Italia si stia verificando la stessa dinamica che citava Nicolò a livello internazionale: atleti di punta che trascinano verso l’alto l’intero movimento. L’esempio piè eclatante è quello di Arianna Castiglioni, che pur con la qualificazione chiusa da due atlete del livello di Benedetta Pilato Martina Carraro ha trovato dentro di sé le energie per andarsi a prendere il record italiano. A questo proposito, pur felice per i miei atleti, non posso che rammaricarmi per Fabio Scozzoli che non è riuscito a coronare la sua “rinascita” sportiva con la convocazione olimpica. Certo il livello della rana italiana è spaventosamente alto, se pensiamo che a Rio 2016 avevamo un solo ranista, Alessandro Toniato, qualificato con un tempo superiore al minuto. L’anno successivo qui al Sette Colli Nicolò segnò 59.31 dietro a Peaty con 58.67 e sembravano tempi stratosferici, oggi siamo qui a dirci che 58.29 è un buon punto di partenza per cercare il salto di qualità olimpico. Lo stesso sta facendo Pilato nei 50. Ieri ha nuotato 29.60 come se stesse facendo il bagno, sei mesi fa con quel tempo sarebbero venute giù le tribune. Rispetto anche alla tua domanda precedente mi permetto però di suggerire a tutti -atleti, tecnici, spettatori, giornalisti, di mantenere la calma: ieri sera abbiamo visto l’opaca prestazione della Nazionale di calcio, che sembrava dovesse travolgere gli avversari ed ha rischiato l’eliminazione.

Nicolò pur giovane sa già cosa significa passare attraverso l’infortunio. Vi va di dedicare un pensiero a Gregorio Paltrinieri, che si è visto crollare addosso una diagnosi di mononucleosi a un mese dai Giochi?

Martinenghi: È una notizia che ci ha sconvolto. Greg è Greg, un faro per tutti. Ma è anche un guerriero, è abituato a sputare sangue e sono certo che lo farà anche adesso e che saprà rialzarsi come sempre.

 

 

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