Rifiutarsi di salire sul podio

Al di là del miglior risultato mai raggiunto dall’Italia ai Mondiali di Nuoto e del commento entusiasta del Presidente della FIN Paolo Barelli, uno dei motivi per il quale si ricorderà il Mondiale di Nuoto di Gwangju 2019, in Italia e non solo, è la polemica silenziosa del nuotatore australiano Mack Horton, seguita, qualche giorno più tardi, dal britannico Duncan Scott: entrambi si sono rifiutati di salire sul podio dopo la vittoria di Sun Yang rispettivamente nei 400 sl e nei 200 sl.

In seguito alla vicenda di doping che coinvolge il nuotatore cinese (già oggetto di discussione nel precedente articolo) anche il pubblico della Nambu Acquatic Center di Gwangju, al momento della premiazione si è schierato apertamente dalla parte dei due atleti “in protesta”, fischiando Sun Yang.

“Sun Yang non meritava di essere lì, le sue azioni e il modo in cui è stata gestita tutta la faccenda la dicono lunga”, si è sfogato l’australiano dopo la cerimonia di premiazione a Gwangju. Questo non è il primo screzio tra i due: alle Olimpiadi di Rio 2016, Horton aveva già definito Sun Yang “Drug cheta” (un truffatore dopato).

In realtà, questi episodi sono solo gli ultimi di una serie di reazioni di dissenso contro atleti dopati o presunti tali: ai mondiali di Kazan 2015, dopo il titolo nei 100 rana, vinto dalla russa Julia Efimova, la nuotatrice lituana Ruta Meilutyte apostrofò la russa, rientrata dalla squalifica per doping qualche mese prima della competizione, come “disonesta”. L’anno successivo, alle Olimpiadi di Rio, la stessa atleta russa finì di nuovo al centro di un caso controverso per il consumo di “Meldonium” (inserito nella lista WADA come sostanza dopante) e l’americana Lilly King la attaccò. In quel contesto, il pluricampione americano Michael Phelps rincarò la dose: “Triste permettere ai dopati di gareggiare, è una cosa che mi spezza il cuore e mi fa arrabbiare non poco”.

Kazan 2015 Podio 100 rana – MEILUTYTE, EFIMOVA, ATKINSON – Foto © Andrea Staccioli Deepbluemedia

 

Per una volta, si vuole invertire il punto di vista e ci si chiede: il comportamento degli atleti che protestano, in particolare quello di Horton e Scott che hanno scelto di non salire sul podio, è legittimo?

Il Codice di Condotta FINA, approvato dal “FINA Bureau” in data 23 luglio 2019, all’art. 3 parla di “Regole di comportamento durante la competizione” affermando che “I concorrenti devono partecipare attivamente all’intero iter della competizione, includendo le cerimonie, il podio e, se presenti, le presentazioni e le conferenze stampa” e che “Gli atleti devono assolutamente evitare qualsiasi comportamento offensivo o improprio nei confronti degli ufficiali di gara, degli altri concorrenti, dei membri delle squadre e del pubblico durante l’intero svolgimento della competizione.”.

Per questo motivo, in data 22 Luglio u.s., giorno successivo alla finale dei 400 sl, l’Executive FINA, nella persona del suo presidente Julio C. Maglione, ha inviato una c.d. “lettera di avvertimento” alla Federazione Australiana Nuoto e all’atleta Mack Horton, in cui spiega come “Pur rispettando il principio della libertà di parola, esso deve manifestarsi nel giusto contesto; gli atleti devono esserne consapevoli, rispettare i regolamenti FINA e non utilizzarne gli eventi per fare dichiarazioni o gesti personali”.

Qualche giorno più tardi, in seguito al rifiuto di stringere la mano al vincitore Sun Yang da parte del nuotatore britannico Duncan Scott, durante la cerimonia di premiazione dei 200 sl, la FINA ha inviato altre due “lettere di avvertimento” indirizzate a entrambi gli atleti coinvolti. L’Executive FINA ha dichiarato che “Entrambi gli atleti hanno avuto un comportamento inadeguato e che, secondo la regola C 12.1.3 della Costituzione FINA questo è inaccettabile”. L’articolo C 12.1. prevede, infatti, che “Ogni Stato membro, o un componente di uno Stato membro, o un membro individuale possa essere sanzionato per aver messo in discredito lo sport”.

In caso di successiva nuova infrazione, l’Executive FINA potrà irrogare agli atleti una multa, poi una sospensione e, in caso di recidiva, potrà addirittura procedere con l’espulsione.

A parte la normativa internazionale richiamata, in Italia si deve far riferimento al Codice di Comportamento Sportivo del CONI che sottolinea come i tesserati, gli affiliati e gli altri soggetti dell’ordinamento sportivo “Devono comportarsi secondo i principi di lealtà e correttezza in ogni funzione, prestazione o rapporto comunque riferibile all’attività sportiva cooperando attivamente alla ordinata e civile convivenza sportiva” (art 2); “Non devono esprimere pubblicamente giudizi o rilievi lesivi della reputazione dell’immagine o della dignità personale di altre persone o di organismi operanti nell’ambito dell’ordinamento sportivo” (art 7).

Il rispetto dei valori fondanti lo sport quali lealtà, correttezza e probità, è elemento imprescindibile della stessa disciplina e pratica sportiva strettamente intesa: per tale motivo, tutti devono aderire ai cardini dell’ordinamento sportivo, anche nei confronti di chi, presumibilmente, possa aver violato le norme imposte.

L’osservanza delle regole, sempre e comunque, fa dello sport il vero (e forse unico) baluardo del rispetto dei valori di lealtà e correttezza, ben oltre lo standard del comune sentire: allo sportivo, prima di essere un atleta o un campione, si chiede di essere una persona onesta, sempre.

Andrea Doro – Laureando in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Trento; Ufficiale di gara FIN (Arbitro nazionale di pallanuoto – Serie A2)

Cristina Varano – Avvocato del Foro di Roma; esperto di giustizia sportiva; Procuratore Federale FIJlKAM/FIPE; Procuratore Aggiunto FISE

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