#Nuotopuntolive, 4° puntata. Simone Barlaam: “Sono un casinista, mi piace sperimentare”

#Nuotopuntolive questa sera è arrivato fino a Londra, e a conversare con Alberto Dolfin c’era Simone Barlaam, campione plurimedagliato della nostra Nazionale paralimpica. Simone non ha sicuramente bisogno di presentazioni: la sua simpatia, la sua semplicità e i suoi successi sportivi parlano da soli. Per chi non avesse potuto seguire la diretta Instagram vi proponiamo un recap e il video.

Simone, tu sei un giramondo, hai vissuto per un po’ anche in Australia.

Mi piace definirmi “Cittadino del mondo”. Ho fatto il quarto anno del liceo frequentando una High School in Australia, la mia fidanzata è inglese, mio padre lavora a New York come giornalista per il Sole 24 Ore, mia sorella sta studiando in Canada… Quindi diciamo che il mondo mi piace girarlo in lungo e in largo.

Quindi più di altri riesci ad avere una percezione diversa di quello che è accaduto e sta accadendo in Italia e nel mondo sull’emergenza sanitaria. Come la stai vivendo?

L’ho sempre vissuta in maniera più negativa, perché non essendo lì potevo basarmi solo su racconti di familiari e amici e su quanto dicevano i media italiani. Nonostante io sia qui da sei settimane la mia testa è sempre rimasta in Italia. Ora qui in Inghilterra la situazione sta evolvendo, inizialmente era stata un po’ sottovalutata e ora si stanno adottando misure per affrontare la cosa.

Ti manca la piscina?

Si sente un po’ la mancanza dell’acqua perché, credo come per tutti i nuotatori, puoi odiare l’acqua in allenamento quanto vuoi ma poi quando stai uno o due giorni fuori hai nostalgia. Ma nonostante l’assenza della piscina riusciamo lo stesso a trovare un modo per tenerci in forma e per allenarci. Si possono fare un sacco di esercizi a casa… Riesco anche a studiare un pochino e a seguire le lezioni online dell’università. Sono iscritto al primo anno del Politecnico di Milano, ingegneria civile. 

Arrivi da due Mondiali, da un Europeo con i quali ti sei rivelato al mondo, e ora il rinvio delle Paralimpiadi. Come lo vivi?

Facendo un po’ di autoironia, diciamo che sono abituato ai rinvii. Da quando ho esordito in Nazionale, nel 2017, i Mondiali di quell’anno sono stati posticipati per il terremoto a Città del Messico; i Mondiali del 2019 sono stati posticipati perché era caduto il governo in Malesia e sono stati spostati a Londra; ora le Paralimpiadi sono state posticipate di un anno… Ci sono abituato. Scherzi a parte il rinvio di Tokyo credo sia stata la scelta più corretta che potessero fare, anzi, meglio così. Il mondo deve riavviarsi, azzerare tutto, soprattutto per gli atleti perché con tutto quello che sta accadendo è impossibile concentrarsi su una preparazione che oltretutto non è omogenea per tutti. A seconda degli stati, alcuni hanno chiuso gli impianti prima, altri lo stanno facendo ora. Non si riusciva a capire chi riusciva ad allenarsi e chi no. Con il posticipo di un anno penso, e spero, ci sia la possibilità per tutti i paesi di sconfiggere questo virus e tornare alla vita normale.

Che esercizi riesci a fare a casa?

Bilancieri, palle mediche e fitball. Molti esercizi di core stability, esercizi per le spalle. E poi ho ripreso a fare un po’ di corsa con le stampelle come facevo qualche anno fa. Lavoro sugli addominali… Cerco di non mancare su nulla.

Morlacchi è più un avversario o un compagno di allenamenti?

A seconda dei momenti. Più che un avversario o un compagno di allenamenti è un fratellone. Ovviamente in gara, sia dal mio punto di vista che dal suo, siamo tutti avversari  e dal secondo in cui si entra in acqua al secondo in cui si tocca la piastra nessuno è amico di nessuno. Però Federico Morlacchi, insieme al mio allenatore Max Tosin, sono le persone che mi hanno insegnato tutto, i segreti del mestiere sin da quando ero ancora “lo zappatore”. Mi chiamavano così perché quando nuotavo, all’inizio, non avevo una nuotata molto pulita e davo schiaffi all’acqua. Fede è un amico, avversario, ma soprattutto amico e compagno di allenamenti.

Ci sta seguendo anche la FINP. È cresciuto molto il movimento dopo il tuo arrivo. C’è stata un’esplosione nel nuoto paralimpico. Soprattutto con l’oro ai Mondiali di Londra. Che emozione è stata?

È stata un’emozione fortissima, per me e anche per gli altri. Mi dicevano che se c’era una nazione che doveva vincere, quella doveva essere proprio la nostra. Mi baso tanto anche sui racconti di Max e Fede che sono i veterani di questa Federazione. Anche attraverso quello che mi dicono loro riesco a farmi un’idea di quanto sia cresciuto questo movimento, anche semplicemente osservando i miei quattro anni in Nazionale, la crescita è stata straordinaria. 

Ti chiedono di mandare un messaggio ai tecnici e agli atleti del  movimento paralimpico italiano che sono fermi a causa dell’emergenza.

Queste situazioni sono più grandi di tutti noi e in questi momenti, per quanto amiamo il nostro sport, è giusto mettere tutto da parte per il bene nostro e per il bene comune. Restare a casa, facilitando il lavoro agli eroi che probabilmente passano inosservati: ai medici, a tutto il personale sanitario che lavorano negli ospedali. Stare a casa non significa necessariamente essere improduttivi e stare a letto tutto il giorno. Si possono avere degli obiettivi, si può  studiare e lavorare da casa, si possono coltivare altre passioni. Io mi sono posto l’obiettivo di far un disegno al giorno, di leggere… Per tenere sempre la testa impegnata.

Come fai ad allenare la concentrazione?

Per fortuna per questo c’è Max! Sono una persona, un atleta un po’ casinista e mi piace sperimentare tutto. E la concentrazione a volte può venir meno per questo mio modo di essere. Quindi la presenza di Max mi aiuta molto e mi rimette in carreggiata.

Ti manca l’Australia?

Mi manca molto, per me rappresenta qualcosa di molto importante. Quando sono stato lì, sono arrivato che ero una persona e sono tornato che ero un’altra. Una delle cose che mi dispiace del rinvio dei Giochi Olimpici è che una volta terminati mi sarebbe piaciuto tornarci per rivedere la famiglia che mi aveva ospitato e i miei amici e quindi devo aspettare ancora un po’. Lì sono cresciuto molto come persona, ho migliorato molto il mio inglese. In Australia c’è una cultura e un modo di vivere che mi piace molto, sono parecchio “take it easy” e il clima aiuta.

Hai mai pensato di mollare?

Sì, ci ho pensato. I momenti difficili ci sono nella vita di tutti quanti noi. Soprattutto quando ero agli inizi della mia carriera, dove non ero sicuro di potercela fare perché vedevo i sacrifici che tutti facevano e non ero sicuro di reggere. Poi con l’aiuto delle persone che avevo vicino e con il loro supporto, i momenti bui sono passati.

Come tanti altri campioni paralimpici non ti sei tirato indietro quando c’è stato da lanciare il movimento. Hai partecipato allo shooting di Oliviero Toscani in cui mostravi il tuo corpo e non ti sei mai vergognato della tua disabilità. Quanto ti fa piacere che anche in Italia tutto questo non sia vissuto più come un tabù?

Molto spesso nel  mondo paralimpico si guarda con ammirazione all’atleta non per quello che ha fatto in termini di prestazioni ma per quello che gli è successo. E invece questo non dovrebbe essere. Bisognerebbe avere un po’ meno di pietà e apprezzare di più il fatto che si sia fatto il mazzo per ottenere i risultati. Sulla disabilità non c’è nessun tabù: non c’è nulla di male, non è una cosa che si sceglie, o ci nasci o ti capita. Non c’è nulla da nascondere e va presa con un po’ di autoironia e bisogna anche scherzarci su. Io vivo una situazione di coppia in cui siamo entrambi atleti paralimpici e le battute non mancano, sono all’ordine del giorno. Ed è giusto che sia così.

La Lombardia è stata un po’ il centro di questa epidemia in Italia. Quanto ti manca Varese? Senti spesso il “tuo” Presidente della Pohla Varese Daniela Colonna-Preti?

Essendo stata una persona che ha vissuto un anno via da casa, pensavo sarebbe stato tutto un po’ più facile. E invece mi manca la mia amata patria. Mi mancano i miei familiari, i miei amici. Ho sentito che la Lombardia è stata molto colpita. Con Daniela ci siamo sentiti qualche giorno fa e sento la mancanza anche di stare in squadra e condividere esperienze. Nonostante sia lontano fisicamente, soffro con loro e mi sento vicino a loro.

Tu che sei cosmopolita e così dinamico, che segui un sacco di sport, hai mai avuto o hai un idolo, un riferimento?

Ho sempre seguito il nuoto ma mentre ero in Australia mi sono appassionato molto al basket. Da piccolino uno dei miei idoli era Alex Zanardi. Poi crescendo, uno dei miei idoli è diventato Kobe Bryant: mi è sempre piaciuta la sua Mamba mentality,  cercare di essere sempre il migliore in tutto fino a soffrire come pochi. Federico Morlacchi è sempre stato un punto di riferimento e anche Federica Pellegrini. Ho avuto il piacere e l’onore di conoscerla e quest’anno ai Collari d’Oro le ho fatto vedere una foto fatta insieme a lei a Londra nel 2012 quando l’ho casualmente incontrata da Harrod’s. 

Dove e come ti vedi in futuro? Ti piacerebbe rimanere in ambito sportivo?

È sicuramente presto per parlarne, ma ad oggi mi verrebbe da dire che non vorrei che lo sport monopolizzasse la mia vita. È sicuramente una componente molto importante, ma ho molte altre passioni che amo coltivare e vorrei vedere se con queste passioni riesco a fare qualcosa. Penso comunque che in un modo o nell’altro rimarrò sempre coinvolto nello sport. 

Qual è il ricordo sportivo più bello?

In realtà ne ho tre: il primo, forse il più significativo, è stato il primo oro ai Mondiali di Città del Messico nel 2017 che ho dedicato a mio nonno Luigi che purtroppo era venuto a mancare un paio di giorni prima. Rimanendo in Messico, tra i ricordi c’è la gara in cui mi sono qualificato per quel Mondiale: a Lignano Sabbiadoro, pensavo fosse un risultato inarrivabile e la mia reazione è stata di euforia totale. Poi a Londra. Lì c’è stata una competizione quasi perfetta, un punto di partenza per il futuro. L’oro con Federico è stata una gara impronosticabile. Qualche mese prima mentre ci allenavamo si parlava di questo 100 farfalla e si scherzava dicendo che potevamo dividercelo, fare un ex aequo e ridevamo di questa cosa. Poi è successo veramente!

Si può essere seriamente atleti e studenti allo stesso tempo?

Sì, io per il momento ci sto riuscendo. Ovvio che se vuoi il top nei risultati scolastici è dura, non è impossibile ma è dura. Devi essere appassionato a quello che fai, sia come sport che come percorso scolastico. Questo rende meno difficile il tutto. Il percorso parallelo tra atleta e studente è fattibile, basti pensare a Matteo Restivo, atleta azzurro che sta studiando medicina. 

Come saluti i tuoi avversari in camera di chiamata?

Un sorriso e una stretta di mano. Come dice Massimiliano Rosolino “il killer col sorriso”.

Sul nostro canale Youtube è disponibile il video:

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