Le dimensioni contano, eccome

A seguito dell’interesse suscitato dall’articolo “Le dimensioni contano” di Stefano Viola sulla progressiva crescita fisica dei nuotatori d’élite riproponiamo per gentile concessione della rivista AQA – Per una nuova cultura acquatica un articolo pubblicato da Massimo Anelli nel 2017 sul numero 4 della rivista stessa e ancora attualissimo (NPC).


Le misure dei 100 stile libero olimpici

Come si sono evolute le misure della gara regina del nuoto olimpico?

Chi sono i più alti, chi i più bassi? Quanto bisogna pesare, per sperare di prendere una medaglia? E quanti anni bisogna avere?

Proviamo a fare una radiografia dei 100SL, a partire da Roma 1960, vediamo cosa ne esce e tentiamo di capire cosa è rimasto e cosa è cambiato.

Analizzeremo, senza troppe pretese statistiche vista l’esiguità dei numeri su cui giocare, il fattore cronometrico, l’età e, successivamente, peso e altezza di atleti e atlete. Il tutto grazie a www.sports-reference.com e all’immancabile Wikipedia.

PRIMA PARTE

I tempi

(Tempo per qualificarsi alla finale, tempo per arrivare a podio, tempo medio dei finalisti)

Settore Femminile

Nei 100SL femminili la discesa, costante, dei riscontri cronometrici si può suddividere in due grossi segmenti: quello che parte dal 1960 e arriva al 1976 e quello che va dal 1980 al 2016. Il primo, molto più scosceso porta il tempo per qualificarsi alla finale da 1.04,2 a 57,35. Il secondo parte con la battuta d’arresto legata al boicottaggio occidentale (57,80), si riavvicina ai valori del 1976 con il boicottaggio orientale (57,30) e scende con una certa continuità lineare fino al 53,53 di Rio. Da notare la minor influenza del passaggio ai gommoni di Pechino 2008 rispetto allo standard maschile (da 55,08 a 54,10 per la finale, salto significativo rispetto al 2004 ma migliorato subito nel 2012) Le ragioni sono forse un adattamento difficoltoso delle atlete a digerire semifinali e finali al mattino e, soprattutto, l’alto livello di performance mantenuto dai nuovi costumi soprattutto in campo femminile (dovuto essenzialmente alla percentuale di pelle coperta, significativamente superiore rispetto ai maschi).

I tempi medi (che, come tutti i valori medi, sono calcolati escludendo migliore e peggiore, più alto e più basso, più pesante e più leggero, etc.) seguono l’andamento dei tempi di qualifica. Per il podio abbiamo invece un certo scostamento solo nel caso del 1980, quando il podio (tutto GDR, quindi tutto arricchito di Turinambol) è lontano quasi 1,5 secondi dal tempo medio della finale, coerente con la distanza tra 3° e 4° crono (55,65 contro 57,40). 2012 e 2016 vedono invece i due valori appiattirsi l’uno sull’altro (poco più di un decimo), a testimonianza di gare estremamente tirate.

Capitolo a sé è rappresentato dal rallentamento del 1996 le cui motivazioni sono da ricercarsi nella scelta del campo gara di Atlanta, di pessimo livello (piscina con copertura temporanea e non isolata con un adeguato sistema di condizionamento in un’area dal clima terribilmente afoso e vasca poco performante, senza bordi a sfioro) e alla lotta al doping con la sostanziale cancellazione della nazionale cinese protagonista a Roma 94.

Settore Maschile

In campo maschile la linea del tempo di qualificazione ha un andamento simile a un esponenziale negativo con una tendenza all’appiattimento asintotico nelle ultime due edizioni dei giochi. Inoltre sono evidenti due grosse irregolarità, la prima legata ai boicottaggi (1980 e 1984) e la seconda ai costumi gommati (2008).

La prima delle irregolarità è palese nei tempi medi e nei tempi necessari a giungere sul podio (51,6 – 51,5 – 50,5 e 51,31 – 51,29 – 50,31) mentre i tempi per accedere alla finale continuano a seguire la curva in maniera regolare (52,32 – 51,91 – 51,13). L’altra discontinuità sembra “non recuperabile”. I talenti ci sono, a partire da Chalmers (e ore da Dressel), ma i tempi non si sono ancora adeguati a Pechino 2008. A testimonianza di ciò c’è l’incredibile appiattimento di Londra tra tempo per il podio e tempo medio della finale (47,8). Un’ulteriore osservazione sui riscontri cronometrici gommati: nel 2009 approfondii l’argomento con un’analisi statistica dettagliata e trovai un valore accettabile di miglioramento apportato dal costume per i 100SL maschili attorno allo 0,95%. Applicando all’inverso tale apporto ai tre tempi della tabella, otterremmo 48,56 – 48,12 – 48,3. Valori in perfetta linea con i riscontri del 2004 e del 2012. Ci rimane quindi solo il rallentamento del 2016. Forse i ragionamenti sulle età anagrafiche ci aiuteranno.

Le età

(Età minima, massima e media dei finalisti; età media del podio)

Settore femminile

Nell’altalena, apparentemente caotica, delle età anagrafiche, si possono distinguere due trend. Quello in salita fino alle olimpiadi di Sydney 2000, quelle di Inge De Brujin (quasi 27) e Dara Torres (33) e quello della costante ridiscesa fino a Rio, il cui culmine è stato raggiunto con l’età media del podio, riportata sotto i 20 anni, 24 anni dopo che Franziska Van Almsick, con i suoi 14 anni l’aveva tenuta ben sotto quella soglia. Merito di un trend dettato dalle vincitrici Penny Oleksiak (16) e Simone Manuel (19).

Le olimpiadi del periodo 1996-2012 sono quelle delle atlete mature. Anche a livello di finale, pochi sono i casi sotto i 20 anni. Per contro tra la fine degli anni 60 e la fine degli anni 80 abbiamo le atlete “bambine”, fenomeno connesso essenzialmente a due fattori: il nuoto era uno sport da college e non universitario. Negli USA le ragazze smettevamo di praticarlo seriamente a 17-18 anni; il nuoto, almeno nella sua parte apicale, era uno sport pesantemente connesso con il doping di stato dei paesi dell’est. Le atlete avevano una carriera breve, le sostanze dopanti avevano (e forse hanno ancora…) conseguenze sulla salute quantomeno devastanti anche sul breve periodo.

Settore maschile

Per i maschietti la curva di crescita pare arrivare al 2008, mentre Londra 2012 e Rio 2016 sembrano inaugurare un’inversione di tendenza. In particolare, quella di Rio potrebbe essere la causa indiretta della stasi cronometrica: dicesi cambio generazionale, identificato dal diciottenne aussie Kylie Chalmers, più giovane nonché vincitore della gara.

Mentre negli anni 60 avere atleti sotto i 20 anni poteva essere assolutamente normale, a partire dagli anni 70 i casi sono pochi e significativi: Jörg Woithe e Per Johansson (17 entrambi ed entrambi sul podio) nell’olimpiade 1980, priva però dei boicottanti (loro malgrado…) califfi USA Rowdy Gaines, Jim Montgomery, David McCagg; il francese Stephan Caron (18) nel 1984 (e due medaglie nelle edizioni successive); la meteora Andrew Baildon (17) nel 1988; il grandissimo Pieter Van den Hoogenband (4° a 18 anni) nel 1996 (e vincitore nel 2000-2004, 5° nel 2008).

Tra il 1984 e il 2008 i nomi, gli stessi, si ripetono spesso, quindi le età si alzano: abbiamo Matt Biondi, Kirill Prigoda, Caron, Gustavo Borges, Alexandr Popov, Gary Hall Jr, VDH. Anche se poi la palma del più anziano va a Jason Lezak che fa la sua unica finale olimpica, con bronzo annesso, a 32 anni.

SECONDA PARTE

I pesi

Settore femminile

Sappiamo che parlare di peso con le ragazze può risultare “sgarbato” ma in questo caso faremo un piccolo strappo alla regola e proveremo a rovistare nei numeri.

Guardando il grafico si può notare una progressiva diminuzione della differenza tra il minimo e il massimo, una sorta di omologazione, cha ha il suo apice proprio a Rio 2016 dove tutte le finaliste sono comprese in un range di soli 3KG, con una media spostata pesantemente verso il limite minimo dei 67Kg. Non considerando l’eccezione statistica del 1960 (26Kg!), differenze MIN-MAX di 15-20Kg sembrano essere la norma e vedremo che hanno una naturale corrispondenza nelle altezze. Per dovere di cronaca ricordiamo l’atleta da 44Kg, finalista a Roma 1960: Mary Beth Stewart, canadese quattordicenne, ottava in 1.05,5.

Se invece valutiamo i valori assoluti, ancora una volta i pesi maggiori si registrano tra gli anni 70 e 80, gli anni del doping sfrenato e della GDR. L’apice è rappresentato dai quasi 70Kg del 1988. Dovrebbe poi spaventare il podio da oltre 69Kg di Mosca 1980 (con le gigantesche Barbara Krause e Caren Metschuck, quest’ultima da 76Kg), ma la palma del podio di maggior peso va ad Atlanta 1996 (Le JingyiSandra Völker – Angel Martino). Qui chiaramente i dubbi accompagnano ogni persona di buon senso: lo squadrone cinese del 1994 scomparve sotto una tempesta di controlli antidoping. Sopravvisse solo la Le, che non riuscì mai a ripetere i tempi di Roma; la Martino fu invece squalificata dopo aver dominato i trials USA del 1988 (Nandrolone…).

Infine, curiosamente, a fronte di una diminuzione sostanzialmente continua fino al 2008 (anno dei gommati, da sempre considerati amici degli atleti pesanti), le edizioni 2012 e 2016 presentano un significativo aumento del valore medio di ben 5Kg (8%).

Settore maschile

I maschi aumentano di peso. Guardando la curva temporale si nota però un suo progressivo appiattimento. C’è una sostanziale stabilizzazione della media sopra gli 85Kg.

Anche in questo caso abbiamo il dato “impazzito” del 1960: Per-Ola Lindberg, svedese da 52Kg x 175cm, ottavo in 57,1. La differenza MIN-MAX sembrerebbe attestarsi ai 20Kg ma le eccezioni sono parecchie, a partire dai 33Kg del 1960 fino ai 29Kg del 2004 e 27Kg del 2016.

I 100Kg vengono superati per la prima volta nel 2004 (104Kg di Ian Thorpe) e ancora nel 2012 e 2016, sempre ad opera di Nathan Adrian. E comunque, i dati mostrano in maniera inoppugnabile che se pesi più di 100Kg, sei certo di finire sul podio (che sia una falsa correlazione?).

I podi più pesanti sono gli ultimi due (altro dato curioso: in concomitanza con l’abolizione dei “costumoni” si alza il peso dei medagliati, un fatto che meriterebbe un approfondimento a parte). Ma il più pesante di tutti è quello del 1996 (Popov – Hall – Borges). Il motivo sarà chiarissimo quando parleremo di altezza.

Infine una chicca sugli italiani. Nel 1976 e nel 2004 i nostri finalisti Marcello Guarducci (72Kg x 185cm) e Filippo Magnini (75Kg x 186cm), entrambi quinti, sono anche i più leggeri della partita. Raffaele Franceschi (79Kg x 190cm), quinto anche lui nel 1980, no, anche se forse rimane il più filiforme di quella finale.

Le altezze

Settore femminile

Per le altezze assistiamo a un’omologazione analoga a quella dei pesi. Le finaliste del 2016 sono tutte racchiuse in soli 8cm. E sono ben in 5 a essere alte 178cm. La giovanissima vincitrice (parimerito) Penny Oleksiak (nella foto) è anche la più alta.

In generale la curva media vede un graduale accrescimento fino al 1988 (da 170 a 179cm) per poi subire una flessione fino al 2008 (175cm) e risalire poi ai 181cm del 2016, un po’ come nei pesi.

Si potrebbe pensare che la più alta sia una tedesca est, invece la vera spilungona tra è la costaricana Sylvia Poll, diciassettenne finalista nel 1988 (e medagliata nei 200), 192cm, che comunque è di origini tedesche. I panzer GDR sono più “appariscenti” per i pesi. La prima invece a raggiungere i 180cm di altezza è la quindicenne Jill Sterkel, settima nel 1976 (e nazionale fino a Seoul 1988).

Settore maschile

Tra gli uomini si nota un innalzamento graduale delle medie e delle differenze minime tra MIN e MAX. Le maggiori (20cm) si riscontrano tra il 1984 e il 1992, colpevoli i vari giganti di cui diremo a breve, e i “piccoli” ma esplosivi Alberto Mestre (1984) e Prigoda (1988-1992), ma in generale non superano di molto i 10cm. La finale più compatta è quella del 1964 (8cm).

L’altezza media parte saldamente a 184cm, cresce fino ai 197cm del 1992 e poi si stabilizza tra 192 e 194cm.

I podi più alti sono quelli del 1992 (Popov 200 – Borges 203 – Caron 200) e 1996 (Popov 200 – Hall “solo” 198 – Borges 203). Il gigante dei giganti è il brasiliano Borges, classe 1972, finalista e medagliato in due edizioni. La finale del 1992 “sovrasta” tutte le altre anche per la presenza di Matt Biondi (200), Jon Olsen (195) e Christian Troeger (199).

Confrontando le altezze con le età anagrafiche fanno scalpore gli oltre 190cm dei diciassettenni da podio Woithe e Johansson (Mosca 1980) e, soprattutto, i 194cm del diciottenne Kylie Chalmers, vincitore di Rio 2016.

Ph. ©A.Masini/Deepbluemedia

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