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Atleti e social media: torna il webinar di European Aquatics
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Le nuove linee guida dell'EBU contro la sessualizzazione delle donne nell'atletica in tv sono un documento tecnico su camere e replay, ma pongono una questione che riguarda tutto lo sport. E il nuoto più di ogni altro
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A metà luglio l'Unione Europea di Radiodiffusione (EBU), l'organizzazione che riunisce le televisioni pubbliche europee e che produce gran parte delle immagini dei grandi eventi di atletica, ha pubblicato insieme a European Athletics un documento di 23 pagine intitolato Raising the Bar: Guidelines for respectful media coverage in women's athletics. Sono linee guida rivolte a registi, operatori di camera e produzioni televisive per una copertura "rispettosa" dell'atletica femminile, e nascono da un problema noto da anni a chiunque lavori nello sport: la sessualizzazione delle atlete attraverso le scelte di regia — inquadrature dal basso, primi piani indugianti sui corpi, replay al rallentatore privi di qualsiasi funzione tecnica o narrativa.
La parte che ha fatto più discutere è la più concreta: il documento contiene illustrazioni che confrontano, disciplina per disciplina, le inquadrature raccomandate e quelle da evitare. Per il salto in alto e l'asta, per esempio, sconsiglia le camere basse posizionate sotto le atlete in elevazione; per le corse, suggerisce di evitare riprese da posizioni al di sotto del bacino e primi piani molto ravvicinati nei preparativi sulla linea di partenza o nei momenti di sfinimento dopo l'arrivo. L'argomento centrale è quasi disarmante nella sua semplicità: le angolazioni che raccontano meglio la tecnica e l'emozione di una prestazione sono, quasi sempre, le stesse che trattano le atlete con dignità. Non c'è un conflitto tra qualità televisiva e rispetto; c'è, semmai, una lunga abitudine a confonderli.
Il documento non è nato in astratto. È stato sviluppato con il contributo diretto di tre olimpioniche — la saltatrice con l'asta britannica Holly Bradshaw, la lunghista serba Ivana Spanovic e l'altista croata Blanka Vlasic — e Bradshaw ha raccontato di aver subìto abusi sui social alimentati proprio da clip in slow motion delle sue gare, estratte dalle dirette ufficiali e fatte circolare fuori contesto. È il punto che sposta la questione dal terreno dell'estetica a quello della prevenzione: un'inquadratura non è solo un'inquadratura. È materia prima. Ogni fotogramma trasmesso in diretta diventa un contenuto ritagliabile, rallentabile e ricondivisibile all'infinito, e le regie che per decenni hanno inseguito "l'immagine che funziona" hanno di fatto rifornito, involontariamente, un mercato parallelo di contenuti sessualizzati costruiti sui corpi delle atlete. Spesso giovanissime.
Ci sono due limiti evidenti, e vale la pena evidenziarli. Il primo è che si tratta di raccomandazioni, non di regole: nessun broadcaster è obbligato a seguirle, e perché diventino uno standard vincolante servirebbe un intervento delle federazioni internazionali. Il secondo è che arrivano tardi rispetto a un dibattito che lo sport aveva già aperto altrove — dalla multa alla nazionale norvegese di beach handball che nel 2021 rifiutò il bikini d'ordinanza, ai body integrali delle ginnaste tedesche a Tokyo — e che ai Giochi di Parigi 2024 aveva già prodotto un richiamo esplicito del capo di Olympic Broadcasting Services agli operatori: filmare uomini e donne allo stesso modo. Ma il fatto che Raising the Bar traduca quel principio generale in indicazioni operative, con esempi visivi, camera per camera, è esattamente ciò che lo rende un precedente. I princìpi si condividono; i manuali si copiano.
Ed è qui che il discorso smette di riguardare solo l'atletica. Se esiste un documento che mappa le inquadrature a rischio nei salti e nelle corse, è difficile sostenere che ginnastica, beach volley, pallavolo o tuffi non ne abbiano bisogno. E c'è una disciplina per cui la questione è strutturale, non occasionale: il nuoto.
Il nuoto è lo sport in cui gli atleti gareggiano in costume per definizione, non per scelta di regolamento modificabile. È lo sport dei blocchi di partenza, dove la posizione di attesa — busto piegato in avanti, ripresa frontale o posteriore — è tra le più esposte che le telecamere sportive inquadrino regolarmente; delle camere a bordo vasca ad altezza acqua e di quelle subacquee, che riprendono corpi in movimento da distanze ravvicinate e da angolazioni che in qualsiasi altro contesto risulterebbero problematiche; dei tuffi e del nuoto artistico, dove il corpo è simultaneamente lo strumento tecnico e l'oggetto dell'inquadratura. Chiunque abbia frequentato le piattaforme social sa che le clip estrapolate dalle dirette di nuoto, tuffi e sincro — spesso con protagoniste atlete adolescenti — circolano da anni in contesti che con lo sport non hanno nulla a che fare.
La strada ragionevole, per gli sport acquatici, è fare presto ciò che l'atletica ha fatto per prima: World Aquatics, European Aquatics e le federazioni nazionali dovrebbero dotarsi di linee guida proprie, costruite come Raising the Bar — con il contributo delle atlete, con esempi visivi concreti, disciplina per disciplina — e renderle progressivamente vincolanti nei contratti di produzione, con requisiti più stringenti dove gareggiano minorenni. Non sarebbe una restrizione creativa, per la stessa ragione indicata dal documento EBU: l'inquadratura che mostra la bracciata, la virata, la spinta dal blocco è quella che racconta lo sport. L'altra racconta altro, e lo racconta a spese di chi gareggia.
Il documento dell'EBU si chiude definendosi non un insieme di divieti ma "l'inizio di una conversazione" tra broadcaster, registi, operatori e atlete. È una formula diplomatica, ma coglie il punto: per la prima volta qualcuno ha messo per iscritto, con i disegni, che il modo in cui si posiziona una telecamera è una scelta editoriale con conseguenze sulle persone inquadrate. Nel nuoto quella conversazione non è ancora cominciata. Sarebbe il momento di iniziarla prima che, come al solito, la inizi qualcun altro al posto nostro.
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