“NEXT SIXTY”

“L’AUTONARRAZIONE AGONISTICA per RIELABORARE L’ESPERIENZA“

Come in una gara, se non l’avessi fatto non avrei mai assaporato gli effetti: provare a intingere la penna nella consapevolezza porta a risultati stra-ordinari, potenti come una liberazione, rinvigorenti come un perdono. Solo che il dialogo è esclusivamente interno, tra te e te e talvolta prende direzioni che non ti aspetteresti, portandoti interiormente dove hai bisogno di andare (o tornare ), solo che non lo sai . E’ un viaggio di autentica scoperta, capace di ristrutturare positivamente l’immagine di se’, un viaggio che ti permette di rivisitare e riparare errori di cui ti senti ancora troppo responsabile, di dar voce a emozioni che un tempo sei stato incapace di esprimere e che sono rimaste dentro, premendo sul confine della consapevolezza senza poter essere espresse. E’ una pratica che stempera il giudizio e la critica interna, la severità con la quale ti sei a lungo trattato, addomesticando la parte di te più esigente affinché possa essere uno stimolo per il tuo presente e non una minaccia. Ma scrivere di se’ per un atleta o , come nel mio caso, un’ex atleta, è un modo per riprendere le redini della propria vita agonistica con dolcezza e con il giusto ritmo, affinché la propria storia sportiva non sia solo una sequenza di eventi concreti, ma innanzitutto e sempre, un’imperdibile occasione di autoconoscenza capace di transitare con noi nel post-agonismo.

 

“NEXT SIXTY” (esercizio di scrittura autonarrativa) – Ex atleta Monica Vallarin

Quattro minuti netti dal suono della sveglia all’uscire di casa, nel buio della notte senza stelle; ho imparato a vestirmi senza accendere la luce, per non disturbare la giovane coppia californiana che mi ospita o forse per illudermi di poter ancora dormire. Sono le 4.05 del mattino: mi infilo il primo costume, il secondo costume, la T-shirt, la tuta, il parka imbottito con cappuccio, le calze e le scarpe da ginnastica. Fuori non c’è anima viva, respiro inconsapevolmente l’odore della notte; il mio cuore batte, ma la mia mente dorme. Mentre aspetto che vengano a prendermi osservo quel paesaggio surreale fatto di villette residenziali con giardino, mi sembrano un plastico privo di umanità, quasi inabitabile. Nei pochi minuti di viaggio che mi separano dalla piscina non riesco a parlare, dopo che l’atleta incaricata mi ha recuperata sul vecchio maggiolone, mi siedo vicino ad Elena, rubando a quella prossimità di corpi un’illusoria consolazione, mi lascio cullare dal soffio caldo del riscaldamento sapendo che a breve dovremmo affrontare il consueto shock termico: fuori c’è la luna, nuotiamo all’aperto e siamo quasi sempre sottozero.

Tutto sotto controllo, ci ammucchiamo via via in prossimità del cancello che delimita l’impianto stupefacente di MISSIONVIEJO: è un gioiello vero e proprio, tre piscine perfettamente illuminate sotto il cielo terso della California … quasi un’esperienza estatica. Il privilegio e l’onere di poterlo vivere cinque mattine alla settimana, con una ritualità che sfiora l’ossessione .

Ormai ho imparato a muovermi nello spazio con una precisione chirurgica: so esattamente quale sia il mio posto, illusoriamente integrata in questa squadra di campioni di cui non sento di far parte; non c’è tempo per pensare e non si può parlare, in una sorta di congiura del silenzio, ascolto il fruscio ininterrotto dell’acetato delle tute che scivolano, il sibilo dentato delle cerniere che si abbassano, in una sorta di rito di passaggio reiterato all’infinito, fino a quando i nostri corpi esposti ai raggi della luna si avvicinano in perfetto ordine al bordo vasca. Allineati corsia per corsia, in base a criteri di appartenenza stilistica più che di affinità affettiva, assomigliamo a dei purosangue nei momenti che precedono l’apertura dei cancelletti di gara: pronti ad eseguire allo spasimo quello che ancora non sappiamo di dover fare, soli nella nostra corporeità al servizio della performance. Abbagliati dalla luce che attraversa l’acqua cristallina che sta per accoglierci ascoltiamoil verdetto: Mark S. scandisce il primo lavoro e comincia il count down: “next sixty: every five seconds“; le lancette colorate del grande cronometro girano inesorabilmente: si parte al prossimo 60 ogni cinque secondi. L’unica cosa che posso fare e’ farmi trovare perfettamente pronta quando toccherà a me, sincronizzata in modo irreversibile con questo meccanismo diabolico.

Da molti anni ormai non devo più presentarmi perfettamente allineata sul bordo vasca, ma spesso il grande cronometro echeggia ancora dentro di me, qualcuno scambia ancora il suo ticchettio per ambizione .

 

SWIM WIN – Altri contributi

Dott.ssa Monica Vallarin  – m.vallarin@nuoto.com

ph: Giorgio ScalaDeepbluemedia

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