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"Se vuoi essere il migliore devi allenarti nel modo più faticoso" - Intervista esclusiva a un ex atleta del Kobanyai Sport Klub

Le dichiarazioni anonime sul club ungherese al centro dello scandalo di Turi Gyorgy

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Abbiamo raccolto nei giorni scorsi l’intervista di un ex atleta italiano, che ha chiesto di rimanere anonimo,  il quale nel biennio 2016-2018 ha nuotato nel KSC (Kobanyai Sport Klub). Club in cui allenava Turi Gyorgy , il tecnico ungherese accusato di molestie fisiche e psicologiche avanzate da alcuni ex atleti tra cui Laszlo Cseh.

Ecco la testimonianza:

Ho nuotato nel KSC (Kobanyai Sport Klub) dal 2016 fino al 2018 e ho avuto la fortuna di nuotare per due anni insieme a Bence e Vince Pulai, Adam Telegdy, Ajna Késely e tanti altri.

Nel club l’obiettivo primario era gareggiare: c’era una sorta di attaccamento fanatico alla vittoria e sottolineo fanatico perché ci motivavano dicendo che eravamo fortunati a poter gareggiare anziché andare in guerra. Avere questo atteggiamento era essenziale per poter arrivare alle Olimpiadi. Ci dicevano “Se vuoi essere il migliore devi allenarti nel modo più faticoso” e quello era sicuramente l’allenamento più faticoso che un atleta di medio livello potesse trovare. Io stesso sono andato lì, trasferendomi dall’Italia, per nuotare da loro perché sapevo che loro erano i più forti ad allenarsi.

Ci si allenava ogni giorno dalle 5 alle 10 e dalle 16 alle 18:30, andando a scuola nella pausa. Facevamo almeno 16 km al giorno, circa il 38% sul proprio stile, e la ripartenza andava a tempi predefiniti che erano molto bassi. Questo ti portava a nuotare più forte o a passare nella categoria dei più piccoli (che comunque si allenavano cinque ore al giorno).Durante le sedute venivi ripreso dall’allenatore continuamente, giorno dopo giorno, anche se andavi al tuo massimo. Bisognava fare cose veramente inumane per riuscire a completare l'allenamento nel giusto modo.Se non si completava un esercizio si ripartiva da capo e anche i campioni nazionali, come Risztov, Kesely e Pulai faticavano nel terminare l’allenamento.

In Italia questo evento fa scalpore ma in Ungheria no, perché tutto lo sport è preso molto seriamente. Sono dispiaciuto che altri atleti abbiano sofferto. Io l’ho presa con “filosofia”: ero convinto che ogni cazziatone, ogni discorso, ogni ripetizione fosse comunque un passo verso il sogno olimpico. Leggere il vostro articolo mi ha lasciato stranito: sapevo che la vita era molto dura nel KSC ma credevo che fosse la normalità, non che potesse essere passabile di accusa da parte della Federazione Ungherese.

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