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Chi vuole superare tutti, chi cerca il silenzio e chi occupa l’intera corsia: dal nuoto meditativo al “mansplashing”, in acqua emerge ciò che siamo
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Charlotte Bonnet commenta il nuoto per la radio
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L’articolo di Lara Fritzsche, pubblicato originariamente dal Süddeutsche Zeitung Magazin e ripreso da Internazionale, parte da un’idea semplice e curiosa: il modo in cui nuotiamo può raccontare qualcosa di come siamo e di come affrontiamo la vita. La piscina comunale diventa così un piccolo osservatorio della società, popolato da nuotatori metodici, appassionati di accessori, velocisti, persone che chiacchierano, famiglie, anziani e bambini.
Anche in acqua emergono personalità differenti. C’è chi cura ogni dettaglio tecnico, chi procede freneticamente, chi respira lentamente, chi vuole andare più forte degli altri e chi sembra soprattutto voler occupare spazio. L’autrice cita ironicamente anche il termine “mansplashing”, versione acquatica del manspreading*, per descrivere chi invade la corsia degli altri; un comportamento che, osserva, in piscina riguarda uomini e donne.
Ma il cuore dell’articolo riguarda soprattutto la particolare natura del nuoto. Secondo Fritzsche è forse lo sport più solitario: non c’è una palla, non ci sono compagni con cui comunicare e non si hanno responsabilità verso una squadra. Non è neppure semplicemente una competizione contro se stessi: si nuota piuttosto insieme a se stessi.
Il silenzio contribuisce a trasformarlo in un’attività quasi meditativa. Sott’acqua spariscono conversazioni e distrazioni e rimangono essenzialmente il respiro, gli schizzi, i gorgoglii e il movimento del corpo. A questo si aggiunge la sensazione di leggerezza prodotta dall’acqua, che può rendere il nuoto rilassante e creare una temporanea distanza dalla quotidianità.
C’è poi un’altra idea interessante: l’acqua come grande livellatrice. Guardando i nuotatori da sotto la superficie, le differenze sembrano diminuire. Giovani e anziani, uomini e donne, corpi diversi finiscono per assomigliarsi molto più di quanto accada fuori dall’acqua.
La domanda con cui Fritzsche chiude il ragionamento è quindi la più interessante: nuotiamo come viviamo? Chi deve sempre superare gli altri in piscina ha lo stesso atteggiamento nella vita? Chi trascorre il tempo a parlare invece di nuotare si comporta allo stesso modo nelle relazioni sociali? In altre parole, entrando in acqua forse non diventiamo persone diverse: portiamo semplicemente in piscina quello che siamo già fuori.
La piscina osservata da Lara Fritzsche non è soltanto un piccolo laboratorio sociale tedesco. La stessa fotografia può essere trasferita facilmente anche in Italia, dove sono circa 5 milioni le persone che praticano attività acquatiche, con 1,5 milioni di iscritti alle oltre 700 Scuole Nuoto Federali, circa 200 mila agonisti e 2.400 piscine sul territorio.
*Il termine manspreading viene usato soprattutto per descrivere il comportamento di alcuni uomini che, seduti in uno spazio pubblico condiviso — metropolitana, autobus, treno, sale d’attesa — tengono le gambe molto divaricate occupando più spazio del necessario. La parola nasce dall’unione di man (uomo) e spreading (allargarsi, espandersi). Si è diffusa soprattutto negli anni 2010 nel dibattito sui comportamenti negli spazi pubblici. Nell’articolo di Lara Fritzsche il riferimento serve per creare ironicamente mansplashing: chi in piscina nuota come se la corsia fosse tutta sua, occupando molto spazio e disturbando gli altri. In questo caso, però, Fritzsche sottolinea che il comportamento non è necessariamente maschile.
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Istituzioni sportive
Partendo dagli attuali 3,3 milioni.
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Lo sport più popolare fra i bambini con quasi due milioni di praticanti.