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L’olimpionica americana racconta sul British Journal of Sports Medicine come la scienza abbia cambiato il suo approccio all’allenamento
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Thomas Ceccon per la Gazzetta dello Sport: "Ho bisogno di stare a casa e fare l’atleta".
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Russia. Mikhail Shcherbakov, il 17enne con il talento della routine: “Amo allenarmi ogni giorno”
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Come eravamo nel 1976. Quando nuotava solo l’1% degli italiani.
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Bielorussia. Il DT Andrei Lipnitsky "Agli Europei di Parigi probabilmente gareggeremo ancora da neutrali."
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Ariarne Titmus lancia Cameron McEvoy: “Può battere ancora il record del mondo”
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Il DT Sergey Fesikov lancia la Russia: “Pronti a tornare protagonisti in Europa”
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I quattro della quattro. Un nuovo libro per bambini sul tema del nuoto.
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WSCA. La newsletter di Marzo 2026 formato Magazine.
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Il nuoto come "farmaco": L'intervento del Prof. Marco Bonifazi sulla Gazzetta dello Sport.
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Shayna Jack attacca la WADA: “Il sistema mi ha distrutto”
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Leon Marchand protagonista della docu-serie "Beyond Gold”
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Australia. Mollie O'Callaghan si racconta a 60 Minutes Australia.
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“Non mi piace nuotare”: Florent Manaudou senza filtri in una docu-serie HBO Max
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Nel contributo firmato da Allison Schmitt e pubblicato il 19 marzo 2026 sul British Journal of Sports Medicine, emerge una riflessione profonda e attuale sul tema della consapevolezza corporea nello sport d’élite, con particolare attenzione alla fisiologia femminile.
Quattro volte olimpionica e vincitrice di 10 medaglie ai Giochi Olimpici, di cui 4 ori, Schmitt rappresenta una delle figure più autorevoli del nuoto internazionale. Specialista dello stile libero, ha raggiunto l’apice individuale con l’oro nei 200 stile libero a Londra 2012, oltre a essere stata per anni pilastro delle staffette statunitensi dominanti a livello mondiale. Eppure, proprio una carriera costruita sull’eccellenza rende ancora più significativo il messaggio che l’ex campionessa americana lancia oggi.
Schmitt racconta infatti come, nonostante i risultati straordinari, abbia compreso davvero il funzionamento del proprio corpo solo intorno ai 30 anni, alla vigilia della sua quarta Olimpiade.
«Il mio corpo era il mezzo attraverso cui inseguivo l’eccellenza… eppure non sapevo davvero come funzionasse.»
Per anni ha seguito modelli di allenamento rigidi e standardizzati, spesso costruiti su parametri maschili, in cui la risposta a ogni difficoltà era aumentare il carico. Un sistema che premiava la resilienza, ma che portava anche a ignorare segnali fondamentali come stanchezza persistente, difficoltà di recupero e alterazioni del sonno.
«Se qualcosa non funzionava, la soluzione era semplice: fare di più.»
Con il tempo, però, questo approccio entra in crisi: la prestazione smette di essere coerente con lo sforzo, generando una frattura tra i dati dell’allenamento e le sensazioni reali del corpo.
«Facevo tutto il lavoro, ma non stavo permettendo al mio corpo di fare ciò per cui era progettato.»
Il punto di svolta arriva grazie all’integrazione della scienza. Lavorando con medici e specialisti, Schmitt inizia a comprendere il ruolo centrale della fisiologia femminile, degli ormoni, dello stress e del recupero. Attraverso strumenti come analisi dei biomarcatori, monitoraggio del sonno e valutazioni nutrizionali, acquisisce finalmente gli strumenti per interpretare i segnali del corpo.
«La scienza mi ha dato il permesso di fermarmi, quando istinto e paura non potevano farlo.»
A pochi mesi dalle Trials olimpiche, prende una decisione radicale: ridurre il carico e prendersi una pausa di alcune settimane. Non un arretramento, ma una vera ricalibrazione del sistema.
«Non stavo perdendo condizione, stavo recuperando la capacità di rispondere all’allenamento.»
Da quel momento cambia la prospettiva: l’allenamento diventa un processo condiviso con il corpo, non più imposto. Monitoraggio dei dati fisiologici, ascolto interno e comunicazione con lo staff diventano elementi centrali nella gestione della performance.
Il messaggio che emerge è chiaro e destinato a incidere sul futuro del nuoto e dello sport d’élite:
«Gli atleti non devono essere meno duri. Serve un sistema in cui durezza e intelligenza possano coesistere.»
E ancora, in una sintesi che racchiude il cuore della sua esperienza:
«L’eccellenza sostenibile non dipende dal fare di più, ma dal capire meglio.»
Un cambio di paradigma che, secondo Schmitt, passa necessariamente dall’integrazione della fisiologia femminile, dall’utilizzo di dati oggettivi e da una comunicazione più aperta tra atleta e allenatore. Solo così il corpo, da semplice strumento di performance, può diventare il vero alleato per una carriera lunga, sana e sostenibile.

ph:Università San Raffaele di Roma
Un tema che negli ultimi anni ha trovato spazio anche nel dibattito italiano, grazie all’intervento di una delle icone del nuoto mondiale come Federica Pellegrini, spesso rivale di Allison Schmitt nelle prove dello stile libero. Le due hanno condiviso anche il podio dei 200 stile libero ai Campionati del Mondo di Nuoto Roma 2009 (segue foto - DeepBlueMedia), in una delle finali più iconiche dell’era moderna in cui l'azzurra siglò il record del mondo (1:52.98).
In occasione della Laurea Honoris Causa in Scienze e Tecniche delle Attività Motorie Preventive e Adattate, conferitale nel settembre 2022 presso l’Aula Magna dell’Università San Raffaele di Roma, l’ex campionessa azzurra ha affrontato proprio il rapporto tra fisiologia femminile e performance sportiva.
Nel corso della Lectio Magistralis, intitolata “La donna e la performance sportiva: come il ciclo mestruale può influenzarne la prestazione”, Pellegrini ha evidenziato la necessità di una maggiore consapevolezza e di un approccio più scientifico nella preparazione delle atlete. L’intervento, disponibile sui canali social dell’Università e accompagnato dalle immagini della cerimonia, rappresenta uno dei contributi più rilevanti nel panorama italiano su questo tema.
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