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Nel podcast di Katie Hoff, l’australiana ripercorre la stagione condizionata dalle fratture da stress e guarda verso Los Angeles 2028.
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Nell’ultima puntata di Unfiltered Waters, Katie Hoff è tornata alla conduzione appena quindici giorni dopo la nascita della figlia, inaugurando una nuova serie di episodi dedicati ai nuotatori australiani. La prima ospite è stata l'australiana Mollie O’Callaghan, campionessa olimpica, mondiale e primatista del mondo, che ha raccontato la difficile rinuncia ai Pan Pacific dopo la diagnosi di alcune fratture da stress alla schiena.
O’Callaghan ha ricostruito il percorso iniziato poco prima delle selezioni australiane: gli incontri ripetuti con uno specialista, il confronto con il tecnico Dean Boxall e la scelta di provare a gareggiare attraverso un programma modificato. Dopo aver ricevuto il via libera medico, ha partecipato ai Trials e ai Giochi del Commonwealth, realizzando comunque un 1:54 nei 200 stile libero che Hoff ha definito «leggendario» considerando le sue condizioni.
Il dolore riflesso e l’assenza di progressi hanno però convinto atleta e staff a interrompere la stagione prima dei Pan Pacific.
«Nello sport il tuo lavoro è tollerare il dolore ed essere a tuo agio nel disagio. Io sono molto brava a spingere, molto meno a rallentare quando dovrei».
O’Callaghan non è riuscita a guardare direttamente le gare di Irvine, limitandosi a controllare i risultati e a sostenere i tredici compagni del proprio gruppo presenti alla manifestazione.
«È difficile seguire una competizione sapendo che avresti potuto essere lì. Ma il lavoro fatto non è stato sprecato: ogni appuntamento è un passaggio verso Los Angeles 2028».
L’infortunio ha costretto O’Callaghan a ridurre il lavoro in acqua e a riorganizzare palestra, bicicletta e recupero. Per la prima volta ha utilizzato una tenda ipossica, cercando di accumulare circa 300 ore di altura simulata tra i blocchi di Flagstaff, Darwin e la preparazione alle selezioni. I risultati sono stati alterni: in alcuni periodi ha avvertito benefici, in altri un forte affaticamento.
La campionessa australiana ammette di allenarsi ancora con l’intensità di quando aveva 14 anni e di dover essere spesso frenata da Dean Boxall:
«Devo imparare ad andare piano quando è il momento di andare piano e a dare priorità al recupero. Se sono all’80%, provo comunque a dare il 100% di quell’80%».
O’Callaghan ha ricordato anche la lussazione al ginocchio subita al rientro dalla pausa post-olimpica e la pressione vissuta nelle competizioni. Si definisce una nuotatrice molto nervosa e considera le selezioni olimpiche la gara più difficile della carriera sul piano mentale.
«Sono contenta che sia successo ai Trials e non alle Olimpiadi. Ho imparato che il nervosismo fa parte del mio processo: devo riconoscerlo e capire come ricavarne qualcosa di positivo».
Oggi incontra settimanalmente uno psicologo dello sport per concentrarsi maggiormente sul processo e meno sul risultato finale.
«Dopo una vittoria la domanda è sempre: cosa viene dopo? Sembra che non sia permesso attraversare un momento negativo e che si debba sempre ottenere un personale».
Dopo tre settimane lontana dall’acqua, O’Callaghan programma un rientro graduale. La partecipazione ai Mondiali in vasca corta di Pechino resta possibile, ma le selezioni australiane di fine settembre potrebbero arrivare troppo presto. In caso di rinuncia, l’Australia rischierebbe di presentarsi all’appuntamento iridato senza due delle sue stelle più luminose: la stessa O’Callaghan e Kaylee McKeown che ha deciso di non gareggiare fino al 2027 per recuperare dalla mononucleosi.
«Mi piacerebbe gareggiare ai Mondiali in corta, ma per ora rimane un’ipotesi. Devo ascoltare il mio corpo, non accelerare i tempi ed essere più gentile con me stessa».
Il riferimento principale è Los Angeles 2028. Soltanto dopo i Giochi valuterà se proseguire fino all’Olimpiade di casa di Brisbane 2032, alla quale vorrebbe partecipare anche soltanto come componente di una staffetta..