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Dalla scelta di lasciare il nuoto alla pressione olimpica, fino alla forza mentale che l'ha accompagnata nella carriera: la campionessa australiana si racconta in una lunga intervista a Unfiltered Waters.
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Quattro ori olimpici, otto medaglie complessive ai Giochi e il record mondiale dei 200 stile libero. L'australiana Ariarne Titmus torna a parlare della propria carriera in un'intervista al podcast Unfiltered Waters, realizzata a Londra nell'aprile scorso e pubblicata in occasione dell'uscita della sua autobiografia Relentless: Family, Self-Belief, and the Will to Win.
Al centro della conversazione la decisione di ritirarsi, maturata dopo una pausa di dodici mesi successiva ai Giochi di Parigi. Titmus racconta di aver riscoperto il valore della famiglia e di una quotidianità che gli impegni agonistici avevano inevitabilmente limitato.
«È stata una decisione difficile, che non ho preso alla leggera. Mi manca la routine, le mattine presto e la struttura delle giornate, anche se quando sei un'atleta spesso te ne lamenti. Ma non mi manca la durezza di quella vita e soprattutto non mi manca la pressione di dover ottenere risultati continuamente. Oggi sono felice di poter seguire il nuoto e fare il tifo da fuori.»
La scelta è maturata attraverso una riflessione sul significato di continuare a vincere. Dopo Parigi, la possibilità di trascorrere più tempo con la famiglia e gli amici ha progressivamente assunto un'importanza maggiore rispetto alla prospettiva di conquistare altre medaglie.
«Dopo Parigi sentivo di essere arrivata al limite delle energie. Avevo bisogno di fermarmi e recuperare motivazione. Durante quella pausa ho scoperto quanto fossero importanti cose semplici, come cenare con la mia famiglia la domenica sera, partecipare agli eventi familiari o essere presente quando i miei amici avevano bisogno di me. Ho iniziato a chiedermi che cosa volessi dalla mia vita nei successivi dieci anni e se vincere altre medaglie l'avrebbe davvero resa migliore. Alla fine ho capito che non sarebbe stato così.»
Fondamentale il sostegno dell'allenatore Dean Boxall, che non ha mai cercato di convincerla a rientrare. Titmus spiega che tornare a gareggiare senza la stessa determinazione del passato avrebbe rischiato di compromettere la soddisfazione per una carriera conclusa ai massimi livelli.
«Dean era probabilmente l'unica persona che conosceva davvero quello che stavo provando. Mi ha sempre sostenuta e non ha mai cercato di riportarmi in acqua. Sapevo che, se fossi tornata, avrei dovuto esserci completamente, con la stessa passione e la stessa voglia di vincere di sempre. Non volevo rientrare soltanto per partecipare. Preferivo lasciare il nuoto al vertice, soddisfatta di tutto quello che avevo realizzato.»
Un passaggio significativo riguarda la rivalità con la statunitense Katie Ledecky, considerata uno stimolo decisivo per la crescita di entrambe. Titmus ricorda il primo successo sulla statunitense ai Mondiali del 2019 e sottolinea la straordinaria longevità agonistica dell'avversaria.
«Sono davvero grata che Katie sia stata la mia rivale. È sempre stata corretta e rispettosa e credo che abbiamo tirato fuori il meglio l'una dall'altra. Da ragazzina la guardavo gareggiare e non avrei mai immaginato di diventare una sua avversaria. Mi ha ispirata perché faceva cose che sembravano impossibili per una donna. La sua longevità è incredibile: io sono arrivata, l'ho sfidata per anni e mi sono ritirata, mentre lei continua ancora a gareggiare ai massimi livelli.»
Nel corso dell'intervista Titmus rivela inoltre di non essersi mai affidata a uno psicologo sportivo. Pur riconoscendo che la forza mentale possa essere sviluppata attraverso strumenti specifici, ritiene che nel proprio caso la determinazione sia stata una caratteristica innata. In questo percorso attribuisce un ruolo centrale al rapporto con Boxall.
«Credo che la mia forza mentale fosse qualcosa con cui sono nata. Non ho mai parlato con uno psicologo e non ho mai utilizzato strumenti di psicologia sportiva. Avevo quasi paura che qualcuno potesse modificare qualcosa che per me funzionava già. Dean era, più di chiunque altro, il mio allenatore mentale. Sapeva esattamente quali tasti toccare per stimolarmi, anche facendomi venire voglia di dimostrargli che si sbagliava. È così che riusciva a tirare fuori la mia determinazione.»
La campionessa affronta anche il tema della pressione e del carico di allenamento, ricordando di percorrere tra 65 e 70 chilometri settimanali durante la preparazione dei 400 stile libero. La capacità di affrontare le situazioni più impegnative, spiega, è sempre stata una delle sue principali qualità.
«Penso che molte persone non comprendano quanto sia impegnativo il nuoto. La mia gara principale erano i 400 metri, ma in allenamento percorrevo tra 65 e 70 chilometri alla settimana. Anche la pressione è difficile da spiegare a chi non l'ha vissuta. In Australia ci si aspetta che i nuotatori vincano l'oro olimpico e a Parigi ho avvertito particolarmente questo peso. Dietro i blocchi, però, cercavo sempre di ricordarmi che avevo fatto tutto il possibile per prepararmi. Se un'altra atleta mi avesse battuta, avrebbe meritato di vincere.»
Nel corso dell'intervista Titmus rivela inoltre di non essersi mai affidata a uno psicologo sportivo. Pur riconoscendo che la forza mentale possa essere sviluppata attraverso strumenti specifici, ritiene che nel proprio caso la determinazione sia stata una caratteristica innata. In questo percorso attribuisce un ruolo centrale al rapporto con Boxall.
«Sono convinta che la mia forza mentale fosse qualcosa con cui sono nata. Non ho mai parlato con uno psicologo e non ho mai utilizzato strumenti di psicologia sportiva. Avevo quasi paura che qualcuno potesse modificare qualcosa che per me funzionava già. Dean era, più di chiunque altro, il mio allenatore mentale. Sapeva esattamente quali tasti toccare per stimolarmi, anche facendomi venire voglia di dimostrargli che si sbagliava. È così che riusciva a tirare fuori la mia determinazione.»
Oggi Titmus lavora anche come commentatrice televisiva, con l'obiettivo di raccontare non soltanto le prestazioni, ma le storie personali degli atleti e le difficoltà che accompagnano lo sport di alto livello.
«Sono una grande appassionata di nuoto e penso di poter aggiungere profondità all'analisi delle gare. Per me è importante raccontare le storie degli atleti, perché non si tratta soltanto di quello che fanno in piscina, ma anche delle persone che sono e del percorso che hanno affrontato. Conosco questi ragazzi, so come funziona la nazionale australiana e vorrei aiutare il pubblico a capire quanto siano straordinari.»
L'intervista restituisce così il ritratto di una campionessa che considera conclusa la propria esperienza agonistica senza rimpianti, ma che continua a riconoscere nel nuoto una parte fondamentale della propria identità. La sua autobiografia nasce anche dal desiderio di mostrare ai giovani come determinazione, fiducia in sé stessi e sostegno familiare possano trasformare un'ambizione in un percorso di successo.