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L’allenatore di Michael Phelps, Lèon Marchand e Summer McIntosh racconta come è cambiato il suo modo di allenare: meno imposizione, più empatia, autonomia e lavoro mentale
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Quanto conta ciò che accade nella testa di un atleta rispetto a ciò che viene costruito quotidianamente attraverso l’allenamento fisico? È da questa domanda che prende forma una interessante conversazione proposta da The Inner Game Podcast, che nel suo primo episodio mette a confronto Bob Bowman, George Mumford* e Brian Johnson*, guidati da Ryan Sweeney.
Bowman porta l’esperienza maturata in decenni di allenamento ai massimi livelli del nuoto mondiale; Mumford quella legata alla mindfulness e alla preparazione mentale applicata allo sport d’élite; Johnson una prospettiva più ampia sui meccanismi della performance e della crescita personale.
Dal loro confronto emerge una riflessione che va oltre il semplice mental training. L’“inner game” è quella parte dell’allenamento che non si misura con cronometro, metri o carichi di lavoro, ma che può determinare quanto efficacemente un atleta riesca a utilizzare ciò che ha costruito fisicamente. Gestione del fallimento, dialogo interno, visualizzazione, fiducia, presenza e capacità di affrontare le difficoltà diventano così competenze da allenare, esattamente come quelle tecniche e fisiologiche.
Per Bowman il compito dell'allenatore non è “creare” qualcosa nell'atleta, ma aiutarlo a scoprire e sviluppare ciò che possiede già. Medaglie e risultati contano, ma ciò che l'atleta diventa durante il percorso è ancora più importante.
«Il talento è ciò attorno a cui costruisci, non ciò su cui ti appoggi.»
Bowman racconta anche la propria evoluzione. Nei primi dieci anni aveva, metaforicamente, «un solo strumento nella cassetta: un martello». Con il tempo ha capito che l'allenatore non può essere la motivazione dell'atleta: la motivazione deve provenire dall'atleta stesso. Alla durezza ha quindi aggiunto logica, empatia e rinforzo positivo.
Per questo considera il mental game molto più importante di quanto normalmente venga riconosciuto. Nei convegni gli allenatori vogliono conoscere serie, ripetizioni e programmi di allenamento; per Bowman questi sono soltanto una parte del processo. Contano altrettanto la motivazione, ciò su cui l'atleta concentra l'attenzione, il modo in cui affronta il lavoro e la persona che diventa.
Il caso di Michael Phelps rappresenta il suo esempio principale. Bowman sottolinea che Phelps ha fallito moltissime volte: la differenza era nella risposta. Dopo una sconfitta o una prestazione negativa diventava ancora più motivato e poteva trascorrere i successivi sei mesi lavorando proprio su ciò che lo aveva fatto perdere. Da qui il principio: il fallimento deve diventare feedback.
Anche il dialogo interno è allenabile. Bowman invita gli atleti a prestare attenzione a ciò che “programmano” nella propria mente: quello che entra condiziona ciò che poi emerge sotto pressione. Racconta di essere stato lui stesso molto duro con sé e di essersi chiesto se avrebbe mai parlato nello stesso modo a una persona amata. Da qui l'invito agli atleti, spesso estremamente autocritici, a controllare ciò che dicono a se stessi.
Infine racconta il ritorno di Phelps dopo Londra 2012. Inizialmente Bowman gli rispose «assolutamente no». Accettò quando comprese le sue motivazioni: Phelps voleva chiudere diversamente il rapporto con il nuoto. Secondo Bowman, nell'ultima stagione ritrovò infatti una gioia simile a quella che aveva da ragazzo, dopo anni nei quali il rapporto con il nuoto era diventato difficile.
Il pensiero di Bowman in una frase: l'allenatore non deve limitarsi a programmare il lavoro fisico; deve creare le condizioni perché l'atleta sviluppi motivazione autonoma, strumenti mentali, capacità di apprendere dagli errori e consapevolezza di sé.
*George Mumford è un esperto statunitense di mindfulness applicata alla performance. È diventato particolarmente noto per il lavoro svolto con Phil Jackson, i Chicago Bulls e i Los Angeles Lakers, collaborando con campioni come Michael Jordan, Kobe Bryant e Shaquille O'Neal. È autore di The Mindful Athlete e il suo lavoro è centrato sulla capacità di raggiungere lo stato di flow, gestire la pressione e utilizzare consapevolezza e attenzione nella prestazione. mail.georgemumford.com
*Brian Johnson è mprenditore, autore e studioso di filosofia applicata alla crescita personale e alla performance. È fondatore e CEO di Heroic, piattaforma che cerca di trasformare principi provenienti dalla filosofia, psicologia e scienza della performance in strumenti pratici. È autore di Areté: Activate Your Heroic Potential e il suo lavoro è stato utilizzato anche in contesti di sport di alto livello
Ryan Sweeney è un ex tennista agonista universitario, imprenditore nel settore tecnologico e fondatore e CEO di The Inner Game. Ha collaborato direttamente con W. Timothy Gallwey, autore del celebre The Inner Game of Tennis, per trasformare la metodologia sviluppata da Gallwey negli ultimi cinquant'anni in una piattaforma digitale dedicata alla performance mentale
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