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Amarcord
1910: un campionato nazionale sui 200 misti
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1909: Uno strano Campionato del mondo sulla Senna
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Arriva il “Duca” e salva l’american crawl
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1908: una federazione mondiale per gli Amateur
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Daniels e il “Six Beat American Crawl”
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Amarcord
1907: anche in Spagna un campionato di nuoto.
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La tristezza degli Enhanced Games
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Amarcord
Gus Sundstrom e lo Swordfish Glide
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1906: una federazione anche per la Svizzera
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Amarcord
Frank Sullivan e il “Trudgen Crawl” alla Chicago.
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Amarcord
1905: un ungherese a Londra
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Amarcord
Trudgen punto due
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Amarcord
Trudgen
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Amarcord
1904: gare artistiche ai Campionati Italiani
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Il
"Privato"
è chiaro a tutti. E' un concetto difeso, protetto, sempre ben definito. Stabilire cos'è è facile. Ciò che alla domanda "
é Mio
?" risponde con l'avverbio affermativo "
Sì
".
Ma "Pubblico" non è un aggettivo altrettanto semplice da definire. Sulla falsariga precedente sarebbe quello che risponde " di tutti " alla domanda: " di chi è? " Pertanto sarebbe ciò che serve a tutti, ciò di cui tutti possono disporre, quello che, quando se ne ha bisogno, si trova facilmente a nostra disposizione.
Quando si parla di piscine, però, le cose sembrano declinate in modo diverso. Probabilmente si confondono impianti sportivi con vasche a cuore, bagni turchi e idromassaggi. C'è l'acqua, ma non è la stessa cosa. Che le piscine siano pubbliche dovrebbe essere palese. Lo attesta la proprietà. Lo dicono i vincoli tariffari. Lo dicono le agevolazioni, gli obblighi, il tipo di servizio principale che svolgono: l'insegnamento del nuoto come sicurezza individuale e lo sport in tutte le sue accezioni, soprattutto quello giovanile, riconosciuto universalmente come bene imprescindibile nella società moderna. Lo dice anche il dilettantismo, che impedisce di fare dello sport che si fa lì dentro un semplice business. Tutto dice che le piscine sono luoghi pubblici, tranne l'emergenza, quando si tratta di pagarne i costi e di non farle morire. In questo caso sembra che si tratti di questioni private.
" Dove lo stato non arriva, la società viene incontro ". E' questa una base della sussidiarietà così caro al mondo politico, che si è liberato così di oneri insostenibili, buttandoli sulle spalle di chi ci teneva. Naturalmente l'altra base dello stesso principio doveva essere il contrario: "dove non riesce la società entra in campo il pubblico".
Oggi, che la questione bollette mette in croce le gestioni nessuno però ricorda più la sussidiarietà. Si butta tutto in caciara, tirando fuori la balla della " privatizzazione ", come se si trattasse di aver concesso autostrade o fabbriche di panettoni a qualcuno che voleva fare il capitalista. Invece è questione di sussidiarietà. E sussidiarietà non a una direzione. Guarda caso quella dal più debole al più forte.
Si possono alzare le spalle davanti al disfacimento di un bene pubblico? Si può lasciare nel momento della crisi un onere insostenibile sulle spalle di chi ha assicurato per molto tempo il bene di tutti? onestamente sento di dover dire "no". Se non regge per motivi circostanziali che esulano dalla buona gestione, un impianto pubblico deve essere aiutato dal pubblico. La comunità ne è responsabile e deve fare tutto il possibile per farlo stare in piedi. Onore ai comuni che l'anno recepito (Riccione e Misano Adriatico in primis, spero altri.)
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