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Dall’Ungheria alla Francia, fino ai Giochi di Los Angeles: Jean Taris (nella foto) diventa l’interprete dell’“European Crawl” e sfiora l’oro olimpico nei 400 stile libero, battuto da Buster Crabbe per appena un decimo.
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Simposio del crawl punto quattro: “Legs”
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Simposio del crawl punto tre: “Arms”
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Quando intorno agli anni 30, la battaglia del crawl era scuola americana contro scuola giapponese, in Europa si affermò una terza via. Era roba ungherese, ma fu Jean Taris, un francese, a portarla sul palcoscenico mondiale di Los Angeles, nel 1932. Le caratteristiche di questo stile, battezzato immediatamente dagli americani “European Crawl”, mentre gli europei lo chiamavano “Crawl all’ungherese”, erano due: il recupero a braccio teso, portato lateralmente e la respirazione bilaterale ogni tre bracciate.
Jean Taris era il beniamino del nuoto di Francia, primo a fare un record mondiale, primo a scendere sotto al minuto nei cento metri e primo ad avere significative speranze olimpiche. Per i francesi fu come per noi Novella Calligaris, un dono inatteso che riempiva d’orgoglio un paese. Nel 1930, nuotando l’European crawl, Taris aveva fatto il suo primo record mondiale, negli ottocento metri stile libero, nuotando 10’19.6. Nel 1931 aveva ottenuto anche quello dei quattrocento, in 4’47.0. In totale ne avrebbe ottenuti otto, tutti su distanze dello stile libero. Nato a Versailles, nel 1909, aveva cominciato a gareggiare nel 1926 con lo Sporting Club universitarie de France, squadra allenata da Georges Hermant. Per un pezzo, in casa, non avrebbe avuto avversari. Ad un certo punto aveva addirittura tutti i record dello stile libero. Trentaquattro volte si fregiò di un titolo francese e quattro volte vinse la Traversata di Parigi, il più importante evento open water di allora. Tra l’altro andò a tre olimpiadi nel 1928, nel 1932 e nel 1936 e a due Campionati Europei.
Un docufilm di dieci minuti ne aveva fatto una star. “Taris, roi de l'eau”, del regista visionario Jean Vigo. Le immagini particolarmente originali, nate da un modo tutto nuovo di usare la macchina da presa, esaltarono le sue abilità acquatiche, rivelarono ai francesi i segreti del nuoto e resero il suo volto molto popolare. Il video si trova tuttora facilmente su You tube.
A Los Angeles ebbe la sua chance. Presentatosi col record del mondo, fatto l’anno prima, il 16 aprile 1931 a Parigi, era l’uomo da battere nei 400 stile libero. L’otto agosto 1932, terzo giorno del nuoto, si presentò pieno di attese al blocco di partenza. Nei giorni precedenti s’era già visto di cosa erano capaci i giapponesi, ma non si era ancora rivelata del tutto l’entità della loro superiorità. Per questo le speranze degli altri nuotatori erano ancora intatte.
Taris gareggiava in quarta serie. Nuotò facilmente 4’53.3, secondo tempo dopo quello di Takashi Yokoyama,che in prima batteria aveva fatto 4’52,3, record olimpico. Buster Crabbe, il migliore degli americani, quello che nuotava coi gomiti alti nel recupero e Boy Charlton, uno dei più grandi talenti del nuoto australiano, considerato anzianotto, avevano vinto le loro batterie facendo entrambi 4’59,8. Nell’ultima gara, dove partirono in tre, restarono tutti sopra ai loro tempi. Noel Ryan, un altro australiano, tranquillo di qualificarsi, s’aggiudicò la prova con 5’01,9.
Nella prima semifinale Taris era vicino a Yokoyama che abbassò ancora il record olimpico portandolo a 4’51.4. Il secondo posto voleva dire sicurezza di accesso, dato che si qualificavano direttamente i primi tre, senza considerazioni per il tempo. 4’52.3 lo metteva anche davanti a Tsutomu Oyokota che scalpitava dietro con 4’52.8. Nell’altra semifinale solo Crabbe si avvicinò ai tre, nuotando 4’52.7. Charlton arrivò terzo in 5’02.1. Una beffa si compì per James Gilhula, che rimaneva fuori dalla finale pur avendo nuotato 4’55.4. Noburo Sugimoto secondo nella seconda semifinale era il sesto finalista con 4’59.0.
La finale si svolse il 10 agosto. Taris voleva vincere e lo si vide subito, perché si portò immediatamente davanti. Restò lì senza opposizione per trecentocinquanta metri, controllando tutti dalla corsia uno. Quando iniziò l’ultima vasca sapeva che i giapponesi non lo avrebbero preso. Forse questa consapevolezza lo rese vulnerabile. Crabbe, infatti, dall’altra parte, in corsia sei, aveva cominciato uno sprint micidiale e guadagnava metro su metro. L’ultima bracciata toccò davanti. 4’48.4 contro 4’48,5. Dopo di loro arrivarono i giapponesi in sequenza: 4’52.3, 4’52.5, 4’56.1. Anche Charlton era sceso. Il suo 4’58.6 era cinque secondi più veloce di quattro anni prima ad Amsterdam, dove era arrivato secondo dietro Zorrilla. Per Taris, inconsolabile, rimaneva il merito della prima medaglia olimpica del nuoto francese.
Crabbe invece salvò in un certo senso l’America, che dopo quella gara in quei giochi non vinse più niente. Ad omaggiarlo tra i tanti c’era anche Jhonny Weissmuller, ospite d’eccezione. Fu un presagio, perché anche lui, grazie al fisico, fu inghiottito dalla voracità di Hollywood, che ne fece l’ennesimo eroe di cellulosa
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